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Tumori delle vie biliari: l’aspirina riduce la mortalità. Nuovo studio su Jama Oncology

Sono tra i tumori più difficili da trattare, anche perché quasi sempre diagnosticati in fase molto tardiva. La prognosi di conseguenza non è buona: solo il 5-15% dei pazienti è ancora vivo a 5 anni dalla diagnosi e la sopravvivenza media si attesta sui 5-6 mesi. Per questo, ogni terapia in grado di migliorare questa situazione è preziosa. Ma in attesa di una terapia oncologica più efficace, qualcosa si può cominciare a fare. Uno studio appena pubblicato dimostra che la somministrazione di aspirina antecedente alla diagnosi o subito dopo la diagnosi di tumore e per i mesi a seguire, potrebbe modificare notevolmente il rischio di mortalità. 

I tumori delle vie biliari sono neoplasie piuttosto rare (l’incidenza è di circa 2 per 100 mila abitanti) con una  prognosi non favorevole; a 5 anni dalla diagnosi il tasso di sopravvivenza è del 5-15% e in media i pazienti sopravvivono per pochi mesi. Un problema questo in gran parte legato al fatto che il 60-70% di questi tumori viene diagnosticato in fase avanzata (cioè quanto non sono più operabili o abbiano dato già metastasi a distanza), perché asintomatici.
 
In attesa di affinare la diagnosi o di individuare dei marcatori predittivi, c’è un unmet need importante di trattamenti, volti almeno ad aumentare la sopravvivenza. E uno studio pubblicato su ...

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La supplementazione con vitamina D in età adulta non influisce sulla mortalità totale, mentre induce una riduzione della mortalità per tumore

NFI Nutrition Foundation of Italy

La supplementazione con vitamina D in età adulta non influisce sulla mortalità totale, mentre induce una riduzione della mortalità per tumore

Negli studi di epidemiologia osservazionale, livelli insufficienti di vitamina D nella popolazione adulta si associano a un aumento della mortalità cardiovascolare e oncologica; d’altro canto, i dati relativi agli eventuali effetti favorevoli della supplementazione su questi parametri si sono rivelati finora inconcludenti

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Tumore tiroide: nuova tecnica per identificare noduli maligni

(Reuters Health) – Il desorbimento per ionizzazione elettrospray, una tecnica di ionizzazione diretta usata per la spettrometria di massa (chiamata quindi DESI-MS), “sarà un eccezionale test complementare per il citologo nella valutazione dei noduli tiroidei”, dice. James Suliburk del Baylor College of Medicine, a Houston, in Texas. “Man mano che la tecnica diventa più raffinata, in alcuni casi potremmo essere in grado di ovviare alla necessità di una revisione citologica della biopsia ad ago sottile”.

La tecnologia permette di eseguire analisi sulle cellule e di ottenere i risultati in tempo reale, senza un’importante elaborazione o la preparazione dello striscio FNAB.

La FNAB guidata dagli ultrasuoni è una tecnica standard di cura per la diagnosi preoperatoria delle lesioni sospette della tiroide, ma può essere difficile discriminare i noduli maligni e benigni in base alla citologia della biopsia.

Lo studio
Suliburk e colleghi hanno usato l’imaging DESI-MS nell’analisi di 178 campioni di tessuto con lo scopo di determinare la firma molecolare di adenomi follicolari normali (FTA), carcinomi follicolari maligni (FTC) e carcinomi papillari (PTC). I ricercatori hanno testato 69 campioni clinici di FNAB raccolti prospetticamente da 57 pazienti.

Il primo modello predittivo ha discriminato il PTC dalla tiroide benigna con una sensibilità del 92%, una specificità del 94% e il 93% di accordo con la patologia per campione. Il secondo modello predittivo ha differenziato l’FTA dall’FTC con una precisione dell’80%, una sensibilità dell’81% e una specificità dell’80% per paziente.

Soltanto tre dei 16 campioni FTC sono stati classificati erroneamente come benigni nel set di validazione.

Dei 69 campioni provenienti da 57 pazienti, 21 erano benigni, 19 erano carcinomi follicolari maligni, 28 carcinomi papillari e uno striscio era di carcinoma follicolare maligno proveniente da 34 noduli benigni e 24 maligni.

Il modello benigno rispetto al PTC ha prodotto una sensibilità del 96% e una specificità del 91% per nodulo, classificando erroneamente quattro dei 57 noduli di FNA.

Il modello FTC rispetto al modello benigno ha classificato correttamente 30 campioni su 34 benigni, con una sensibilità complessiva del 100%, una specificità dell’88% e una precisione complessiva dell’89% per i campioni di FNAB.

I commenti
“Siamo entusiasti e sorpresi dalla qualità dei risultati”, afferma Suliburk. “In particolare, dei campioni clinici che sono stati analizzati utilizzando gli attuali test genomici all’avanguardia disponibili in commercio. Le nostre spettrometrie di massa hanno previsto correttamente il comportamento benigno in 6 dei 6 campioni, mentre il saggio disponibile in commercio ha previsto un ‘sospetto di malignità’ in 5 dei 6. In questo set limitato di campioni clinici, avremmo potuto evitare la necessità di un intervento chirurgico per escludere/diagnosticare la malignità in tutti questi pazienti”.

“Siamo cautamente ottimisti sul fatto che abbiamo sviluppato una tecnica molto preziosa per valutare la malignità nei noduli tiroidei indeterminati”, continua Suliburk: “Ogni volta che possiamo offrire una diagnosi più rapida e precisa, il paziente vince.”

Fonte: Proc Natl Acad Sci U S A 2019  Will Boggs

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Tumori polmonari metastatici: radiazioni potenziano immunoterapia

L’aggiunta della radioterapia stereotattica corporea (SBRT) al regime terapeutico incrementa la sopravvivenza libera da progressione in alcuni pazienti con tumori polmonari non a piccole cellule (NSCLC) metastatici in un modo che potrebbe risultare sinergico rispetto all’immunoterapia.

Lo ha suggerito un piccolo studio condotto su 56 pazienti in cui è stata registrata una risposta durevole sull’intero campione, e tutti i pazienti erano già andati incontro a progressione della malattia sotto immunoterapia quanto la SBRT è stata introdotta, come affermato dall’autrice Alison Campbell dello Yale Cancer Center di New Haven. Questi pazienti presentavano diversi siti patologici, ma la radioterapia è stata praticata soltanto su uno di essi. Alcune risposte erano abscopali, ossia sono avvenute al di fuori del campo irradiato.

I pazienti che hanno risposto alla SBRT presentavano più linfociti CD8 killer nel sangue, mentre quelli che hanno risposto scarsamente presentavano una maggiore quantità di linfociti CD4 regolatori. A livello storico, la radioterapia è sempre stata considerata un trattamento localizzato, ma sono in aumento le evidenze che suggeriscono che essa possa indurre la regressione di cellule tumorali che si trovano al di fuori del campo di irradiazione. Questo fenomeno è noto come effetto abscopale. Per quanto esso rimanga relativamente raro, la combinazione di immunoterapia e radioterapia si  propone come approccio promettente per l’induzione della risposta. L’immunoterapia riattiva il sistema immunitario contro il tumore, e l’aggiunta della radioterapia agisce in modo sinergico. Come evidenziato da alcuni esperti, lo studio ha anche dimostrato che i tumori con linfociti infiltranti sono caratterizzati da una prognosi migliore se trattati con immunoterapia e radioterapia. 

I dati dimostrano anche la presenza di marcatori immunogeni correlati alla prognosi. L’uso della radioterapia per ottenere effetti sistemici, per quanto raro, non è diverso dall’impiego di un farmaco di seconda, terza o quarta linea, che spesso è caratterizzato dallo stesso tasso di risposta, ma sinora non è mai stato pensato di fare uso della radioterapia in questo modo.

(61st Annual Meeting of the American Society for Radiation Oncology (ASTRO); abstract 74, presentato il 17/9)

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Tumori alla vescica, 5.600 nuovi casi ogni anno nelle donne. Il fumo quintuplica le probabilità

In Italia sono 57 mila le donne affetta da tumore alla vescica. Attese nel 2018 circa 5.600 nuove diagnosi ‘accese’ e aumentate dal numero di donne dedite al fumo, riconosciuto fra i principali fattori di rischio per il tumore alla vescica, insieme a inquinanti ambientali e sostanze sintetiche tossiche. Difficile la diagnosi precoce a causa di campanelli di allarme quali cistiti emorragiche e/o il bisogno minzionale da ‘urgenza’, spesso sottovalutati. 

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Tumori: il 63% delle donne e il 54% degli uomini sono vivi a 5 anni dalla diagnosi. Ma la battaglia è tutt’altro che vinta. Nel 2019 stimati 371mila nuovi. Mammella, colon-retto e polmone i più frequenti. In Friuli Venezia Giulia l’incidenza maggiore, in Calabria la più bassa.

I numeri del cancro 24 SET - Meno casi di tumore in Italia: nel 2019 sono stimate 371mila diagnosi (196.000 uomini e 175.000 donne), erano 373mila nel 2018, circa 2.000 in meno in 12 mesi.   
Le cinque diagnosi più frequenti sono quelle della mammella (53.500 casi nel 2019), colon-retto (49.000), polmone (42.500), prostata (37.000) e vescica (29.700). In calo, in particolare, le neoplasie del colon-retto, dello stomaco, del fegato e della prostata e, solo negli uomini, i carcinomi del polmone, in aumento invece tra le donne (+2,2% annuo), per la diffusione dell’abitudine al fumo di sigaretta.  In crescita anche il tumore della mammella e, in entrambi i generi, quelli del pancreas, della tiroide e i melanomi (soprattutto al Sud). 
Tutti numeri inseriti nella nona edizione del censimento ufficiale  dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), dell’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM), di Fondazione AIOM, PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia), PASSI d’Argento e della Società Italiana di Anatomia Patologica e di Citologia Diagnostica (SIAPEC-IAP), e raccolti nel volume “I numeri del cancro in Italia 2019” - pubblicato in una versione per gli operatori e una per i pazienti - presentato oggi all’Auditorium del Ministero della Salute in un convegno nazionale. A livello regionale l’incidenza più alta di diagnosi è in Friuli-Venezia Giulia (716 casi per 100.000 abitanti), la più bassa in Calabria (559 casi per 100.000 abitanti).  
Quasi 3 milioni e mezzo di italiani (3.460.025, il 5,3% dell’intera popolazione) vivono dopo la diagnosi di cancro, cifra in crescita (erano 2 milioni e 244 mila nel 2006, 2 milioni e 587mila nel 2010, circa 3 milioni nel 2015), grazie a cure sempre più efficaci e alla maggiore adesione ai programmi di screening. 

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Nuove speranze per il tumore del polmone squamoso

Una “super terapia” in grado di triplicare la sopravvivenza nel tumore del polmone di tipo squamoso . E’ questo il risultato dello studio internazionale IMpower131 condotto su oltre mille pazienti e coordinato dal ricercatore italiano Federico Cappuzzo, direttore del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia dell’AUSL della Romagna a Ravenna e presentato oggi durante la World Conference on Lung Cancer (WCLC), in corso a Barcellona dal 7 al 10 settembre.

L’associazione fra chemioterapia e immunoterapia con atezolizumab rallenta la progressione del carcinoma polmonare di tipo squamoso, che ogni anno colpisce circa 10.000 italiani e per il quale non esistevano finora farmaci realmente efficaci. La ‘super terapia’ quasi triplica la sopravvivenza dei pazienti metastatici: in chi esprime in abbondanza PDL-1, proteina-bersaglio di atezolizumab, la sopravvivenza media aumenta da 10 a 23 mesi.

Anche per questi pazienti, che rappresentano circa un quarto di tutti i tipi di carcinoma polmonare, sarà dunque presto possibile una terapia realmente efficace. Atezolizumab è infatti già approvato per l’utilizzo in Italia per quasi tutti i tipi di tumore al polmone, i nuovi dati potrebbero consentirne a breve l’autorizzazione anche per questi malati ‘orfani’ di trattamenti.

Lo studio internazionale di fase 3 IMpower131 ha coinvolto oltre mille pazienti con tumore polmonare di tipo squamoso metastatico, un carcinoma che riguarda il 25-30% di tutti i pazienti con cancro al polmone e che ha una prognosi severa, con una sopravvivenza modesta. Non risponde infatti a farmaci ‘intelligenti’, diretti su bersagli molecolari tumorali specifici già noti, ed è perciò trattato con la sola chemioterapia.

“Abbiamo perciò associato a due tipi diversi di chemioterapia l’immunoterapico atezolizumab, per verificare se la nuova combinazione fra immunoterapia e chemioterapia potesse migliorare la prognosi di questi pazienti rispetto alla sola chemioterapia – spiega Federico Cappuzzo – I risultati mostrano che l’immunoterapia è l’unica vera opportunità che possiamo offrire a questi malati: in tutti infatti rallenta significativamente il rischio di progressione di malattia, ma i risultati diventano eclatanti nei pazienti che esprimono in abbondanza la proteina PDL-1, bersaglio di atezolizumab. In questi casi la risposta è ancora maggiore e abbiamo registrato una sopravvivenza quasi triplicata rispetto alla sola chemioterapia, con la speranza di vita media che sale da appena 10 mesi a ben 23 mesi”.

Una differenza molto significativa per pazienti metastatici con una prognosi severa che finora non avevano a disposizione altre armi terapeutiche a parte la chemioterapia, a cui risponde circa il 30-35% dei pazienti. “Livelli elevati della proteina PDL-1 si trovano in circa il 20-25% dei malati: questi sono perciò i candidati ideali per questo tipo di associazione di immunoterapia e chemioterapia; è quindi sempre più necessaria un’attenta selezione dei pazienti per individuare chi risponderà meglio alle terapie a disposizione – riprende Cappuzzo – Inoltre, atezolizumab è già stato approvato dall’EMA in seconda linea per quasi tutti i tipi di tumore al polmone, nei quali viene utilizzato abitualmente in clinica da circa un anno; questi dati supportano l’impiego nei pazienti con tumore polmonare di tipo squamoso non pretrattati, che finalmente potranno avere un trattamento mirato e con una maggiore efficacia rispetto alla semplice chemioterapia, conclude Cappuzzo.

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Antibiotici aumentano rischio tumori del colon?
TUMORI GASTROINTESTINALI

Anche un singolo ciclo di antibiotici risulta associato ad un incremento del rischio di sviluppare un tumore del colon a quasi un decennio di distanza. Il rischio è particolarmente evidente per i tumori del colon prossimale e per l’uso di antibiotici anti-anaerobi, i quali disgregano marcatamente la flora batterica intestinale, che è composta prevalentemente da anaerobi. E’ pertanto possibile che la flora batterica depletata, consenta l’acquisizione o lo sviluppo di una flora colica cancerogena. Non è noto se l’esposizione agli antibiotici sia causale o contributiva nei confronti del rischio oncologico, ma quanto riscontrato evidenzia l’importanza del giudizio nell’uso degli antibiotici da parte dei medici. E’ dunque importante non trattare le comuni infezioni virali con antibiotici, farne uso per il periodo più breve possibile e preferire gli antibiotici mirati a quelli ad ampio spettro, come affermato da Ctnthia Sears Del Johns Hopkins Kimmel Cancer Center di Baltimora, autrice dello studio su 29.980 pazienti che ha portato a queste conclusioni.

Nello studio i soggetti con tumori del colon prossimale avevano maggiori probabilità di essere stati esposti ad antibiotici e, in particolar modo, a quelli con effetti anti-anaerobici, mentre i soggetti con tumori del colon distale presentavano un’esposizione agli antibiotici simile a quella dei soggetti di controllo, a prescindere dal loro spettro di efficacia.

(Gut online 2019, pubblicato il 20/8 doi: 10.1136/gutjnl-2019-318593)

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Una metanalisi conferma il legame tra HRT in menopausa e tumore mammario

Tutti i tipi di terapia ormonale sostitutiva (hormone replacement therapy, HRT) in menopausa, ad eccezione degli estrogeni vaginali, sono associati a un eccesso di rischio di tumore mammario. ... 

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Tumori mammari tripli negativi più frequenti nelle donne giovani e di razza nera
TUMORE AL SENO E OVAIO

Le donne giovani e di razza nera presentano un elevato rischio di sviluppare tumori mammari che non sono soltanto aggressivi, ma non rispondono neanche al trattamento.

Questo dato deriva dall’analisi di più di un milione di casi effettuata da Lia Scott della Georgia State University, che spera che questo aggiornamento sull’epidemiologia dei tumori mammari tripli negativi fornisca una base che consenta di esplorarne i fattori contribuenti nelle ricerche future. Pochi degli studi precedenti hanno esaminato l’andamento epidemiologico di questi tumori al di là dei confini di un singolo stato, mentre la presente indagine è stata condotta su un database che è rappresentativo del 99% della popolazione USA. Parte dell’incremento del rischio è dovuto alla variante genica BRCA1, ma al di là di essa non vi sono indizi per le reali cause del fenomeno in queste donne. Si presumeva inoltre che i tumori mammari tripli negativi ammontassero al 15% del totale, ma nel presente studio è emerso che la reale percentuale è dell’8,4%, il che potrebbe essere dovuto ad una definizione più stringente adottata nell’indagine. Molte giovani donne sono sottodiagnosticate in quanto i medici pensano che siano troppo giovani per avere un tumore mammario, ma spesso esse sono sintomatiche o presentano vere e proprie masse mammarie. Dato che queste donne non vengono sottoposte a controlli regolari, è importante che esse siano vigili ed informate su ciò che è normale e ciò che non lo è, e che abbiano un collegamento con un medico che le ascolti e le creda.

I tumori mammari tripli negativi inoltre sono oggetto di un’enorme disinformazione. Il messaggio corrente su internet consiste nel fatto che essi siano una sorta di sentenza di morte, ma benchè essi siano gravati da un maggior tasso di mortalità rispetto agli altri tumori mammari, il 65-70% delle pazienti ottiene la cura mediante le terapie convenzionali. (Cancer online 2019, pubblicato l’8/7 https://doi.org/10.1002/cncr.32207)

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Tumore mammario: ritardo fra chirurgia e chemioterapia danneggia la sopravvivenza
TUMORE AL SENO E OVAIO

Un ritardo nell’inizio della chemioterapia adiuvante dopo un intervento chirurgico per tumore mammario potrebbe influenzare negativamente la sopravvivenza della paziente, ed il tipo di intervento effettuato svolge un ruolo significativo in questi ritardi.

In particolare, le pazienti che a seguito della mastectomia vengono sottoposte a ricostruzione hanno maggiori probabilità di attendere più di 120 giorni prima di iniziare la chemioterapia, ossia più della soglia massima attualmente raccomandata.Questi dati confermato che un’assistenza tempestiva è importante per le pazienti con tumore mammario, e dovrebbe essere considerata all’interno del piano terapeutico, come affermato da Judy Boughley della Mayo Clinic di Rochester, autrice dello studio condotto su 172.043 donne che ha portato a queste conclusioni.Nel complesso i risultati dello studio sono incoraggianti dato che l’89% delle donne  a cui si raccomanda la chemioterapia postoperatoria la inizia entro 120 giorni dalla diagnosi, ma è possibile migliorare ancora.Gli ospedali dovrebbero accertare se è possibile ridurre l’intervallo fra la diagnosi e l’intervento chirurgico.I ritardi potrebbero essere dovuti ad uno scarso accesso all’assistenza, a tempi d’attesa prolungati alla ricerca di una seconda opinione ed alla cordinazione fra chirurghi necessaria ad organizzare la ricostruzione immediata.

Secondo i ricercatori non soltanto la tempestività nell’assistenza oncologica è un pensiero centrale per medici e pazienti dal punto di vista soggettivo, ma sussiste anche un ammontare crescente di dati secondo cui i ritardi hanno effetti deleteri, il che ha portato alla raccomandazione dell’ACS di includere la somministrazione della chemioterapia sistemica entro 120 giorni dalla diagnosi come parametro qualitativo nel trattamento di alcune donne con tumore mammario.

(Ann Surg Oncol online 2019, pubblicato il 22/7 https://doi.org/10.1245/s10434-019-07566-7)

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Mutazioni BRCA ereditarie ora denominate “sindrome di King”

L’attuale denominazione della sindrome oncologica mammario-ovarica ereditaria (HBOC), che viene comunemente impiegata nelle pazienti con mutazioni genetiche BRCA1 e BRCA2, dovrebbe essere cambiata in quanto fuorviante.

Brotman Baty dell’università di Washington, ritiene infatti che essa confonda chiunque, fra cui pazienti, famiglie e medici in quanto implica che queste mutazioni conferiscano un rischio soltanto alle donne, e che questo rischio riguardi solamente i tumori mammari ed ovarici, mentre invece il rischio riguarda entrambi i sessi, ed è associato a molteplici altri tumori compresi quelli del pancreas e della prostata, ma questo messaggio va perso.

Per questo motivo è stata proposta la nuova denominazione di “sindrome di King”, in memoria del ricercatore che per primo ha compreso che i tumori mammari ed ovarici ereditari sono associati ad un singolo gene.

La situazione sarebbe analoga a quella della sindrome di Lynch, che denota un elevato rischio di tumori intestinali, ma che implica anche un incremento del rischio di tumori endometriali, gastrici e vescicali.

I ricercatori sperano che questo cambiamento possa incrementare la frequenza dei test in entrambi i sessi, anche se prevedono che l’incremento maggiore si riscontrerebbe negli uomini.

Le attuali linee guida sono state aggiornate solo di recente ad includere il test delle mutazioni BRCA nei tumori della prostata, il che dovrebbe essere considerato oggi una pratica standard.

Ciononostante, dato che si tratta di un cambiamento recente, questi test in molti casi non vengono praticati, ma il l’introduzione della sindrome di King potrebbe incrementare la frequenza dei test in tutti gli uomini con tumori prostatici metastatici, non solo allo scopo di guidare la terapia, ma anche per identificare i membri della famiglia a rischio mediante lo screening a cascata.

La nuova denominazione della HBOC potrebbe anche aprire la strada ad una più ampia discussione sui nomi confusionari di altre sindromi oncologiche genetiche, come ad esempio la sindrome del tumore gastrico diffuso ereditario, una rara condizione ereditaria associata ad un incremento del rischio di tumori gastrici legata ad una mutazione CDH1 che però nelle donne determina anche un elevato rischio di tumore mammario lobulare e nei bambini incrementa il rischio di alcune malformazioni congenite come il labbro leporino.

In ultima analisi,utilizzare una nomenclatura che sia semplice e flessibile e non ostica e controintuitiva potrebbe salvare vite migliorando comunicazione e consapevolezza.

 (Nature. 2019; 571: 27-9)

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Il caffè non incide sul rischio tumore ma aumenta quello sul cuore

La conferma arriva da due maxi studi australiani
Bere molto caffè, anche più tazzine al giorno, non aumenta il rischio di cancro ma incrementa quello per il cuore. E' quanto emerge da due studi vasti australiani che hanno valutato il rapporto tra la quantità assunta quotidianamente e i dati genetici dei consumatori. La prima ricerca ha analizzato i dati di oltre 300 mila consumatori di caffè per capire se c'era una correlazione caffè-tumori. Lo studio del Queensland Institute of Medical Research, pubblicato sull'International Journal of Epidemiology, ha usato precedenti studi internazionali osservazionali e una tecnica a base genetica detta mendelian randomisation.  Dall'analisi dei dati è emerso che bere caffè non comporta né rischi né benefici. 

"I dati genetici ci danno un indicatore molto più fermo sulla possibilità o meno che il consumo di caffè abbia impatto sul rischio di cancro", scrive Stuart MacGregor, direttore del Gruppo di Statistica Genetica dell'Istituto. "Il ricorso a un approccio genetico per valutare se il caffè accresce il rischio di cancro è un approccio molto efficace e lo abbiamo usato per mostrare che in conclusione i livelli di rischio non cambiano bevendo caffè". "Abbiamo concluso - sottolinea - che indipendentemente dai composti specifici che contiene, essenzialmente non c'è legame". I caffè contiene sia composti biochimici potenzialmente cancerosi, sia anti-ossidanti che posso aiutare a prevenire il cancro, come è stato dimostrato con studi su animali. I benefici per la salute, oppure i rischi, sono da tempo oggetto di dibattiti accesi fra le comunità scientifiche e medici. Confermati invece i rischi per il cuore correlati ad un elevato consumo della bevanda.

Secondo un'altra ricerca dell'Università del South Australia, pubblicata sull'American Journal of Clinical Nutrition, bere sei o più caffè ogni giorno può aumentare fino al 22% il rischio di malattie cardiache. Oltre quel livello, infatti, l'eccesso di caffeina può causare ipertensione, condizione correlata alle patologie cardiache.  Questo secondo studio si è basato sui dati relativi a circa 350 mila persone tra i 37 e i 73 anni, nelle quali è stata analizzata l'attività del gene coinvolto nel metabolismo della caffeina, chiamato Cyp1a2. Secondo le stime oltre tre miliardi di tazze di caffè vengono bevute ogni giorno in tutto il mondo.

fonte: International Journal of Epidemiology

Vai all'articolo originale NUTRIZIONE | REDAZIONE DOTTNET | 19/07/2019 


Il 5% dei tumori al colon è dovuto alla dieta sbagliata

Studio Usa, troppa carne lavorata e pochi cereali integrali
La dieta è grande alleato nella prevenzione di alcuni tipi di tumore, come quello del colon. Ma se è sbagliata può diventare invece un fattore aggiuntivo di rischio. Oltre 80 mila nuovi casi di tumore al colon registrati in un anno negli Stati Uniti, infatti, ovvero il 5%, sarebbero attribuibili ad un regime alimentare errato.  Il cancro del colon-retto è il terzo tumore più comune in Italia e rappresenta il 10% di tutti i tumori; la maggior incidenza è dopo i 50 anni, ma è in aumento anche in fasce di età più giovani. Pubblicato su JNCI Cancer Spectrum, il nuovo studio, condotto da ricercatori della Tuffs University di Boston, ha esaminato i tumori al colon registrati negli Usa nel 2015. Ne è emerso che ben il 5,2% (80.110 casi) potevano essere attribuibili ad una dieta inadeguata. I fattori a maggiore impatto sono risultati lo scarso consumo di cereali integrali e di latticini da una parte, e l'elevato consumo di carni processate (insaccati, salsicce e wurstel), dall'altra.

"La popolazione percepisce il messaggio di sana alimentazione in maniera generica e superficiale, mentre questo studio stabilisce in maniera precisa il tipo e l'entità del rischio di tumore attribuibile alla dieta", afferma la professoressa Filomena Morisco, del Dipartimento di Scienza degli Alimenti dell'Università di Napoli Federico II. Questo, aggiunge, "suggerisce la necessità di un approccio multidisciplinare alla malattia, con il gastroenterologo in posizione sempre più centrale". L'alimentazione, conclude Domenico Alvaro, presidente della Società italiana di gastroenterologia e endoscopia digestiva (Sige), "è un'arma di prevenzione straordinariamente potente, soprattutto se iniziata in giovane età. Se, associata ai programmi di screening, potrebbe abbattere il numero di nuovi casi nei prossimi anni".

Leggi su ONCOLOGIA | REDAZIONE DOTTNET | 18/07/2019


Consumare bevande zuccherate potrebbe aumentare il rischio di cancro

Secondo uno studio pubblicato sul British Medical Journal, esiste una possibile associazione tra un più alto consumo di bevande zuccherate e un rischio aumentato di cancro. «Anche se è sicuramente necessaria un'interpretazione cauta dei nostri risultati, questi si aggiungono a un numero crescente di prove che indicano che limitare il consumo di bevande zuccherate, anche con misure di tassazione e restrizioni di marketing, potrebbe contribuire a ridurre i casi di cancro» afferma Mathilde Touvier, del Sorbonne Paris Cité Epidemiology and Statistics Research Center (CRESS), autrice senior dello studio. I ricercatori hanno valutato le associazioni tra il consumo di bevande zuccherate (bevande con zucchero aggiunto e succhi di frutta al 100%), bevande dolcificate artificialmente (dietetiche) e rischio di cancro in generale, e di cancro al seno, alla prostata e del colon-retto in 101.257 adulti francesi sani. I partecipanti hanno completato almeno due questionari dietetici online progettati per misurare l'assunzione abituale di 3.300 diversi alimenti e bevande e sono stati seguiti per un massimo di nove anni. Durante il follow-up sono stati diagnosticati 1.193 casi di cancro (693 tumori al seno, 291 alla prostata e 166 al colon-retto), con una età media alla diagnosi di 59 anni. I risultati mostrano che un aumento di 100 ml al giorno nel consumo di bevande zuccherate è associato a una crescita del 18% del rischio di cancro globale e del 22% del rischio di cancro della mammella. Quando il gruppo che assumeva bevande zuccherate è stato suddiviso tra consumatori di succhi di frutta e di altre bevande zuccherate, entrambi i tipi di bevande sono state associate a un rischio più elevato di cancro globale. Nessuna associazione è stata trovata per tumori della prostata e del colon-retto. Al contrario, il consumo di bevande dolcificate artificialmente non è stato associato a rischio di cancro, anche se il livello di consumo è stato piuttosto basso in questo campione. Le possibili spiegazioni per questi risultati includono l'effetto dello zucchero contenuto nelle bevande zuccherate sul grasso viscerale, sui valori della glicemia e sui marcatori infiammatori, tutti fattori collegati a un aumento del rischio di cancro. Anche altri composti chimici, come gli additivi contenuti in alcune bevande gassate, potrebbero svolgere un ruolo. «Nonostante alcuni limiti dello studio, questi risultati richiedono una replica della sperimentazione su larga scala» concludono gli autori.

BMJ. 2019. doi: 10.1136/bmj.l2408
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/31292122


Alimenti anti-melanoma

Il melanoma maligno cutaneo è una malattia eterogenea, essendo la conseguenza di specifiche alterazioni genetiche lungo diversi percorsi molecolari. 
Nonostante l'accresciuta conoscenza della biologia e della patogenesi del melanoma, l'incidenza è cresciuta notevolmente in tutto il mondo, rendendo estremamente importante lo sviluppo di misure preventive. 
Il ruolo benefico della corretta alimentazione e di alcuni composti dietetici naturali nella prevenzione del melanoma maligno è stato ampiamente dimostrato: ilconsumo regolare di frutta e verdura è associato a un ridotto rischio di cancro. La sola modifica della dieta, aumentando l'assunzione di frutta e verdura, potrebbe persino prevenire il tumore in genere. 
Questa evidenza ha risvegliato l'interesse per la ricerca sui componenti alimentari bioattivi e ha portato all'identificazione di composti con un potenziale preventivo e terapeutico. Per la loro sicurezza, bassa tossicità e proprietà antiossidanti, frutta, verdura e altri elementi dietetici (fitochimici e minerali) sono stati analizzati come agenti chemiopreventivi, destinati a interrompere il processo di carcinogenesi, che comprende l'inizio, la promozione e la progressione di cellule altrimenti normali come cellule cancerose.
Caffè e tè sono le bevande più consumate in tutto il mondo. Contengono numerosi fitochimici, molti dei quali sono antiossidanti, come acidi clorogenici, acido chinico, acido caffeico, acido ferulico e acido cumarico tra i polifenoli,  la caffeina, i diterpeni. 
Il resveratrolo è un polifenolo naturale che si trova comunemente in frutta, bucce, gelsi e vino rosso. Il resveratrolo può indurre l'apoptosi delle cellule tumorali interferendo con le molteplici vie di segnalazione delle cellule trasformate. Può anche promuovere la sorveglianza immunitaria attraverso il sistema immunitario innato, influenzando in tal modo l'eliminazione spontanea delle cellule tumorali prima della proliferazione.
I carotenoidi dietetici, poi, hanno proprietà antiossidanti, riducendo così il rischio di tumori cutanei indotti dai raggi UV nei topi, e la somministrazione di vitamina A è stata proposta come approccio al chemioprevenzione del melanoma; sembra esercitino anche un'attività anti-melanoma attraverso percorsi alternativi, compresi gli effetti anti-angiogenici alterando le citochine e la traslocazione nucleare di fattori di trascrizione in linee cellulari di melanoma. Anche la vitamina C e la E possono avere un ruolo potenziale nella chemioprevenzione del melanoma.

Insomma, se avete controllato i nei, la prova costume in salute si supera con frutta e verdura, senza scordare le creme solari con i filtri di protezione dagli UV!

Autori: Maria Neve Ombra , Panagiotis Paliogiannis, Luigia Stefania Stucci et al.
Fonte: Nutr Metab (Lond). 2019; 16: 33



E' online la mappa dei centri di cura oncologici in Italia

I centri con un maggior numero di interventi per l' asportazione del tumore sono quelli a maggior esperienza e con i migliori risultati per i pazienti

Nella battaglia contro il cancro la scelta del luogo di cura può fare la differenza. I centri con un maggior numero di interventi per l' asportazione del tumore sono, infatti, quelli a maggior esperienza e con i migliori risultati per i pazienti. In Italia, nella chirurgia del carcinoma del polmone ad esempio, solo il 27% degli ospedali presenta un volume di attività pari o superiore a 70 operazioni l' anno (2017). E soltanto il 23% (rispetto al 33% del 2016) esegue almeno 20 interventi annui nel tumore dello stomaco. Migliora, invece, il trattamento del cancro della mammella: nel 2017, il 20% dei centri ha effettuato almeno 150 interventi chirurgici, lo standard stabilito per legge, rispetto al 16,5% del 2015. Di pari passo la necessità di re-interventi di resezione entro 120 giorni da un' operazione conservativa alla mammella si è ridotta, dal 12,3% del 2010 al 7,4% del 2017. I numeri, insomma, variano a seconda della neoplasia.
Per orientare i pazienti e i loro familiari nella scelta del centro a cui rivolgersi per affrontare la malattia, Fondazione Aiom dedica due sezioni del sito (fondazioneaiom.it) a 'Dove mi curo' e 'Come mi curo', temi al centro di un convegno nazionale a Roma, realizzato con il contributo incondizionato di 3M. "Nel 2018, in Italia, sono stati stimati 373.300 nuovi casi di tumore - afferma Fabrizio Nicolis, presidente di Fondazione Aiom - Sempre più spesso i pazienti richiedono informazioni sui luoghi di assistenza adeguati, spinti dalla necessità di conoscere e identificare gli ospedali specializzati nel trattamento della malattia. I dati della letteratura scientifica hanno confermato la forte associazione tra volumi di attività chirurgica più alti e migliori esiti delle cure oncologiche: vogliamo offrire ai cittadini una fotografia delle strutture sanitarie ad alto volume di chirurgia oncologica", sottolinea. Per l' oncologo, "devono aumentare i centri che rispondono alla soglia minima di procedure chirurgiche richiesta".
"Tuttavia la scelta del luogo di cura deve tener conto non solo della quantità, cioè dei volumi di attività, ma anche delle buone pratiche assistenziali prima, durante e dopo la chirurgia, grazie a team multidisciplinari - ricorda Nicolis - che caratterizzano ad esempio le Breast Unit/Centri di senologia. È significativo il dato sugli interventi di ricostruzione contestuale a un' operazione demolitiva per tumore del seno, che è migliorato nel tempo, passando dal 35,5% del 2010 al 50% del 2017. Questa procedura consente di semplificare il processo ricostruttivo e di ridurre l' impatto psicologico e sociale dell' intervento demolitivo, senza modificare il percorso terapeutico". Le percentuali, però, variano a seconda delle regioni, e anche all' interno di una stessa Regione: Umbria e Provincia autonoma di Trento riportano il 70% di ricostruzioni contestuali rispetto al 26% di Calabria e Campania.
"La chirurgia oggi si integra appieno con trattamenti chemioterapici e radioterapici - afferma Alessandro Gronchi, presidente eletto Società italiana di chirurgia oncologica (Sico) - permettendo, molto spesso, di curare persone colpite da neoplasie un tempo considerate inguaribili. E' innegabile il progresso verso una razionalizzazione e centralizzazione delle patologie oncologiche maggiori in centri ad alto volume di attività. Ad esempio, in 5 anni (2013-2017), la percentuale delle strutture sopra la soglia richiesta è raddoppiata per il cancro del polmone e della mammella, anche se siamo ancora lontani dal conseguimento di un risultato ottimale". Basti pensare, ricorda l' esperto, che "soltanto quattro Regioni (Veneto, Lombardia, Toscana e Lazio) sono dotate di almeno una struttura che esegua più di 50 procedure all' anno nel carcinoma del pancreas. La situazione è ancora più complicata quando si pensa ai tumori rari, che rappresentano il 20% di tutte le diagnosi di tumore in un anno e richiedono expertise che non possono essere presenti in tutte le strutture. È quindi indispensabile arrivare a un sistema di riferimento dei pazienti, qualsiasi sia la loro patologia, cioè a centri ad alto volume per la patologia specifica, organizzando il tutto in rete, per minimizzare gli spostamenti dei pazienti alle fasi di cura in cui è strettamente necessario".
Il sito di Fondazione Aiom, nelle sezioni dedicate a 'Dove mi curo' e 'Come mi curo', utilizza i dati forniti dal Programma nazionale esiti (Pne) dell' Agenas: "I dati della letteratura sono concordi - ribadisce Maria Chiara Corti, Coordinatore delle attività del Pne di Agenas - nel sottolineare che il rischio post-operatorio per i pazienti diminuisce all' aumentare dei volumi di attività delle strutture e dei reparti". È dimostrato che la mortalità a 30 giorni dopo l' intervento chirurgico è decisamente minore nei centri con almeno 50-70 operazioni l' anno per tumore del polmone, nei centri con almeno 50 interventi per carcinoma del pancreas e nei centri con 20-30 interventi per lo stomaco. "Un ampio bacino di pazienti e il superamento delle soglie non rende automaticamente un ospedale virtuoso in termini di completezza e qualità assistenziali - conclude Nicolis - Per garantire standard elevati, servono centri dotati di un team multidisciplinare composto da figure esperte. Solo così può nascere una medicina di eccellenza dai grandi volumi, che però ritorni alla dimensione dell' individuo, capace di formulare un piano di assistenza personalizzato, che dia spazio anche agli stili di vita che devono essere assunti almeno 'prima' di ogni intervento chirurgico oncologico programmato".

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Tumore della prostata: risultati molto a lungo termine della prostatectomia rispetto all’attesa vigile

Negli uomini con tumore della prostata (prostate cancer, PC) localizzato il trattamento iniziale con prostatectomia radicale (radical prostatectomy, RP) è associato, dopo più di 20 anni di follow-up e rispetto alla gestione delle cure sotto forma di attesa vigile (watchful waiting, WW), a una riduzione del rischio di Decesso per qualsiasi causa e Metastasi e decesso correlato al PC.

Una sperimentazione randomizzata scandinava che ha incluso 700 pazienti con PC localizzato ha indicato che, dopo un follow-up medio di 23 anni, la RP riduce significativamente la mortalità per qualsiasi causa (72% vs. 84%), la mortalità specifica (19,5% vs. 31%) e la frequenza di metastasi (26,5% vs. 43%) rispetto alla WW. Nel gruppo sottoposto a RP il rischio di decesso specifico era predetto dall’estensione extracapsulare e, principalmente, da un punteggio di Gleason >7.


Tumori colorettali sotto i 50 anni in aumento in molte nazioni

Il significativo incremento nell’incidenza dei tumori colorettali in soggetti di età inferiore a 50 anni, già riportato negli USA, è stato osservato anche in molte altre nazioni europee nonché in Australia, Nuova Zelanda e Canada, come riportato da tre diversi studi.

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Un nuovo sistema di intelligenza artificiale è in grado di rilevare piccoli noduli polmonari maligni dalle tomografie computerizzate al torace

Intelligenza artificiale 'targata' Google Health batte radiologi esperti nella diagnosi precoce del tumore ai polmoni. Un nuovo sistema di intelligenza artificiale in grado di rilevare piccoli noduli polmonari maligni dalle tomografie computerizzate al torace, descritto dal team di ricercatori del Google Health Research di Mountain View e della Northwestern Medicine su 'Nature Medicine'. In Usa il carcinoma polmonare è la causa più comune di morte correlata al cancro, con circa 160.000 decessi nel 2018. Grandi studi clinici in tutti gli Stati Uniti e in Europa hanno ormai dimostrato che lo screening del torace può identificare precocemente il cancro e ridurre il tasso di mortalità. Tuttavia ancora oggi molti tumori polmonari vengono rilevati in fasi avanzate, quando sono difficili da trattare. Il team di Daniel Tse ha sviluppato un modello di intelligenza artificiale ad hoc, addestrandolo con 42.290 immagini di tomografie computerizzate, per 'insegnargli' a riconoscere la malignità dei noduli polmonari senza la necessità di un coinvolgimento umano. In pratica, questa volta il 'dottor Google' ha lavorato da solo.

I ricercatori hanno scoperto che il sistema basato sull' intelligenza artificiale era in grado di individuare minuscoli noduli polmonari maligni con un' accuratezza del 94% nei 6.716 casi utilizzati per il test. Il modello ha superato tutti e sei i radiologi coinvolti quando non era disponibile un esame precedente, e li ha eguagliati in caso di disponibilità di una tomografia precedente. "Quest' area di ricerca è incredibilmente importante, poiché il cancro ai polmoni ha il più alto tasso di mortalità tra tutti i tumori", ha affermato la dottoressa Shravya Shetty, responsabile tecnico di Google. "Il nostro lavoro esamina i modi in cui l' intelligenza artificiale può essere utilizzata per migliorare l' accuratezza e ottimizzare il processo di screening. I risultati - ha detto Shetty - sono promettenti, e non vediamo l' ora di continuare il nostro lavoro con partner e colleghi". Gli scienziati avvertono che questi risultati dovranno essere validati clinicamente su ampie popolazioni di pazienti, ma suggeriscono anche che questo approccio potrà rivelarsi utile nella diagnosi precoce del tumore ai polmoni.

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Tumore prostatico: esiti peggiori con inibitori 5-alfa reduttasi

Il trattamento con inibitori della 5-alfa reduttasi (5-ARI) è associato ad una riduzione dell’intervallo precedente alla diagnosi e ad un peggioramento della mortalità nei soggetti con tumore prostatico, come emerge da uno studio condotto su più di 80.000 pazienti da Brent Rose dell’università della California.

Il 5-ARI come finasteride e donasteride riducono il PSA del 50% circa. È dunque molto importante approssimare il PSA dei pazienti sotto 5-ARI allo scopo di evitare la possibilià di un ritardo nel rilevamento di un tumore prostatico.

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Grazie alla biologia sintetica due proteine che colpiscono solo le cellule malate

Nuovi trattamenti con meno effetti collaterali grazie alla biologia sintetica per sconfiggere i tumori. L’obiettivo dei ricercatori dell’Università di Stanford guidati da Hokyung Chung che stanno lavorando al progetto è quello di creare proteine sintetiche in grado di colpire solo le cellule tumorali risparmiando le cellule sane. E secondo i risultati pubblicai su Science, i buoni presupposti si sono tutti.

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TUMORI A STECCHETTO

Dieta ipoglicemica e assunzione di metformina possono uccidere le cellule tumorali.

Programma Nuovi Farmaci dell’Istituto Europeo di Oncologia e Professore Ordinario di Patologia Generale dell’Università degli Studi di Milano (in collaborazione con il gruppo di Marco Foiani, Direttore Scientifico dell’IFOM e Professore Ordinario di Biologia Molecolare dell’Università degli Studi di Milano), ha scoperto un inedito meccanismo molecolare in grado, se attivato, di far morire “di fame” le cellule tumorali. I risultati della ricerca, sostenuta da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, appaiono sulla prestigiosa rivista scientifica Cancer Cell.

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Mammografia: un approccio per migliorare la propensione all’esame

  • In uno studio randomizzato, lo spessore della mammella ottenuto durante la mammografia eseguita con la tecnica standard o con una tecnica in cui è la donna che si sottopone all’esame a controllare il processo di compressione è risultato paragonabile.
  • Le due tecniche non differiscono significativamente per qualità delle immagini e per numero di esposizioni necessarie a completare l’esame.
  • Le donne che si sottopongono a mammografia con autocompressione riferiscono una sensazione dolorosa più bassa delle pazienti che usano la tecnica standard.

Descrizione dello studio

  • Lo studio di non inferiorità è stato condotto presso 6 centri francesi e ha arruolato 549 pazienti (età 50-75 anni) senza una storia recente di interventi chirurgici o trattamenti al seno.
  • Le partecipanti sono state randomizzate (1:1) in due gruppi: un gruppo si è sottoposto alla mammografia con la tecnica standard, l’altro gruppo a mammografia con autocompressione.
  • Nella mammografia con autocompressione il tecnico radiologo ha aiutato la donna a posizionarsi e ha impostato la compressione, poi ha lasciato il controllo del processo alla partecipante.
  • L’end-point primario era lo spessore della mammella valutato come media delle 4 proiezioni mammografiche: cranio-caudale destra e sinistra, medio-laterale-obliqua destra e sinistra (margine di non inferiorità: 3 mm; test a una coda; analisi per intenzione al trattamento).
  • La qualità delle immagini (range 1-4; 4= immagine di difficile interpretazione) è stata valutata dal radiologo senza che lo stesso fosse a conoscenza della tecnica impiegata.
  • La sensazione dolorosa è stata misurata con la scala visuo-analogica (VAS; range 0-10; 10= massimo dolore).
  • Fonte di finanziamento: French Hospital Research Program.

Risultati principali

  • La differenza nello spessore della mammella raggiunto nei due gruppi era inferiore al margine di non inferiorità prefissato (-0,17 mm; IC95% da -∞ a -1,89 mm; P<0,05).
  • La sensazione dolorosa era significativamente più bassa nella mammografia con autocompressione (mediana [IQR]: 2 [1-5] contro 3 [1-5]; P=0,009).
  • Tra i due gruppi non c’erano differenze nel punteggio relativo alla qualità delle immagini o numero di esposizioni extra richieste per qualunque motivo, inclusa la qualità insufficiente delle immagini già ottenute (percentuale di immagini di qualità insufficiente: 16,8% contro 15,0%; P=0,65).
  • Non sono stati riportati eventi avversi legati alla mammografia con autocompressione.

Limiti dello studio

  • I risultati potrebbero non essere generalizzabili; la VAS potrebbe non essere lo strumento più indicato per la valutazione del dolore nella mammografia.

Perché è importante

  • Alcune donne sono restie a sottoporsi allo screening mammografico per il dolore o il disagio provato durante un precedente esame.
  • Questo studio mostra che la mammografia con autocompressione non è inferiore alla mammografia eseguita con la tecnica standard per raggiungere lo spessore più basso possibile della mammella; la qualità delle immagini non viene compromessa.
  • Per le donne che desiderano partecipare attivamente all’esame, la mammografia con autocompressione più essere un’esperienza più soddisfacente e meno dolorosa.
  • Uno svantaggio di questa tecnica è una possibile maggiore durata dell’esame.

Bibliografia e riferimenti

Henrot P, Boisserie-Lacroix M, et al. Self-compression technique vs standard compression in mammography. A Randomized Clinical Trial. JAMA Intern Med. 2019;179(3):407-414.  doi:10.1001/jamainternmed.2018.7169


Tumore della mammella e screening: sintesi delle migliori linee guida

Calo delle mammografie nelle donne più giovani con precedente carcinoma mammario

Colonscopia ogni dieci anni per ridurre incidenza e mortalità

L’ACP interviene sulle linee guida contrastanti in materia di screening del carcinoma mammario

Il cancro della mammella è la neoplasia più comune nelle donne. L'obiettivo dello screening è ridurne la morbilità e mortalità specifica e generale. Il test di screening più comunemente usato è la mammografia. Le strategie raccomandate variano per le donne a rischio medio. I punti di disaccordo tra le varie linee guida sono: l’età per iniziare e interrompere la mammografia, gli intervalli di screening, il ruolo dei metodi di imaging alternativi alla mammografia e dell’esame clinico del seno (CBE).

Lo scopo del documento pubblicato sugli Annals of Internal Medicine dell' American College of Physicians  è dare  un orientamento ai medici sullo screening del carcinoma mammario per le donne a rischio medio sulla base di una revisione critica delle linee guida esistenti e delle prove  che le sostengono.

Definizione di rischio medio

L'età è il fattore singolo di rischio più importante per cancro della mammella. 

Le linee guida che sono state considerate definiscono le donne a rischio medio come coloro che:

  • non hanno una storia personale di cancro al seno
  • non hanno una precedente diagnosi di una lesione mammaria ad alto rischio
  • non sono ad alto rischio di cancro al seno a causa di mutazioni genetiche specifiche (mutazione del gene BRCA1 e 2 o un'altra sindrome del carcinoma mammario familiare)
  • non sono state esposte a radioterapia al torace durante l'infanzia. 

Tuttavia, le definizioni di rischio medio variano tra le varie linee guida. I fattori di rischio (inclusi menarca precoce, insorgenza tardiva della menopausa, contraccettivi orali o terapia ormonale della menopausa, aumento della densità mammaria alla mammografia e un familiare con una storia di carcinoma mammario in post-menopausa) definiscono una donna a maggior rischio di cancro alla mammella rispetto a donne senza questi fattori.

Le linee guida considerate in questo documento includono le donne con questi fattori sotto la definizione di “rischio medio” e la dichiarazione di orientamento si applica a queste donne.

  • Dichiarazione di orientamento 1:

Nelle donne a rischio medio di età compresa tra 40 e 49 anni, i medici, prima di consigliare uno screening per il cancro al seno con mammografia, devono discuterne l'utilità con la paziente. La discussione dovrebbe includere i potenziali benefici, i rischi e le preferenze della donna. I potenziali danni superano i benefici nella maggior parte delle donne di età compresa tra 40 e 49 anni.

  • Dichiarazione di orientamento 2:

Nelle donne a rischio medio di età compresa tra 50 e 74 anni, i medici dovrebbero offrire lo screening per il cancro al seno con mammografia biennale.

  • Dichiarazione di orientamento 3:

Nelle donne a rischio medio di età >75 anni o nelle donne con un'aspettativa di vita < 10 anni, i medici devono interrompere lo screening per il cancro al seno.

  • Dichiarazione di orientamento 4:

Nelle donne a rischio medio di tutte le età, i medici non dovrebbero usare l'esame clinico del seno (CBE) per lo screening del tumore al seno.

L’analisi della qualità delle linee guida ha permesso di affermare che le linee guida ACS (American Cancer Society), CTFPHC (Canadian Task Force on Preventive Health Care), USPSTF (U.S. Preventive Services Task Force) e WHO (World Health Organization) offrono le migliori raccomandazioni circa: vantaggi, danni, forza delle prove a sostegno delle raccomandazioni. 

Le ultime versioni di queste linee guida, rispetto alle versioni precedenti, sono orientate a uno screening "meno intensivo".  ACS raccomanda di proporre la mammografia come "raccomandazione qualificata" a donne di età compresa tra 40 e 44 anni; l'USPSTF rileva che il beneficio netto è basso nelle donne tra i 40 ei 49 anni e che le decisioni dovrebbero basarsi sui valori e le preferenze di ogni singola donna. L'OMS sottolinea la necessità di implementare lo screening solo nel contesto del processo decisionale condiviso per la maggior parte delle donne indipendentemente dall'età. CTFPHC raccomanda in modo condizionato lo screening per le donne di età compresa tra 40 e 49 anni che non sono ad alto rischio e incoraggia i medici discutere con le donne che, in questo gruppo di età, esprimono una preferenza per lo screening prendendo decisioni condivise.

La riduzione assoluta del rischio di mortalità per cancro della mammella da screening mammografico aumenta con l'età e richiede molti anni per manifestarsi; il vantaggio assoluto più grande è per le donne intorno ai 60 anni.

La maggior parte delle linee guida raccomandano la mammografia biennale come opzione accettabile o preferita per le donne che ricevono lo screening. CTFPHC suggerisce alle donne di sottoporsi a screening ogni 2 o 3 anni. Nessun RCT ha confrontato direttamente i diversi intervalli di screening. Gli esiti non differivano chiaramente tra gli studi usando intervalli di screening annuali rispetto a intervalli più lunghi.

Decidere quando interrompere lo screening mammografico nelle donne che hanno ricevuto uno screening regolare è un’opzione importante da considerare nelle persone anziane e nelle donne con aspettativa di vita limitata a causa di comorbidità (es. BPCO, insufficienza cardiaca, demenza, epatopatia in stadio terminale, insufficienza renale in stadio finale)

Nessuna linea guida raccomanda lo screening con CBE, se la mammografia è disponibile. La CBE può essere causa di sovradiagnosi e risultati falsi positivi con induzione di un eccesso di trattamento. 

L'esame clinico del seno continua a essere una elemento raccomandato nell'ambito della valutazione nelle donne ad alto rischio con sintomi. Pertanto è opportuno che il medico valuti periodicamente il rischio di cancro della mammella della donna rivedendo la sua storia. In presenza di un potenziale aumento del rischio, rispetto a quello iniziale, andrebbe rifatta la valutazione del rischio basata sull’anamnesi più recente.

Qaseem A, et al; for the Clinical Guidelines Committee of the American College of Physicians. Screening for Breast Cancer in Average-Risk Women: A Guidance Statement From the American College of Physicians. Ann Intern Med. 2019;170:547-60. DOI: 10.7326/M18-2147


Polipi colorettali precancerosi: tecnologie ottiche inaffidabili per la diagnosi

Mar 26,2019 - Fonte

L’accuratezza delle tecnologie ottiche nel distinguere il tessuto precanceroso da quello benigno non è sufficiente per la maggior parte delle applicazioni cliniche di routine, compresa la diagnosi dei polipi precancerosi. Come affermato da Sam Mason dell’Imperial College London, autore della revisione di 102 studi, queste tecnologie sono ormai in uso da più di 20 anni per la diagnosi di tumori o lesioni precancerose all’interno dei grandi polipi intestinali durante la colonscopia, e peraltro esse si sono evolute significativamente, ma i dati dimostrano che nel caso dei polipi precancerosi esse sono inaffidabili, eminentemente a causa di errori nella diagnosi degli adenomi.

Le nuove analisi tecnologiche inoltre hanno accertato che nell’ultimo decennio l’accuratezza diagnostica è rimasta costante o è addirittura diminuita, ....

I dati del presente studio dimostrano che il miglioramento continuo ed incrementale delle tecnologie ottiche difficilmente raggiungerà le soglie di accuratezza necessarie a prendere decisioni all’atto della prima colonscopia, e che la pratica clinica continuerà a basarsi più sulla valutazione istologica dei polipi che sulla diagnosi ottica.   ..........

Secondo alcuni esperti le tecnologie però non possono migliorare più di tanto sino al punto da sostituire la valutazione istologica, ed inoltre le linee guida dipendono sia dalle dimensioni che dalle caratteristiche istologiche di un polipo resecato per stabilire gli intervalli di sorveglianza.

E’ stato però accertato che la cromoendoscopia digitale è in grado di mantenere un elevato grado di confidenza nel prevedere polipi retto-sigmoidali problematici, il che risulta estremamente utile in quanto spesso si riscontrano molteplici polipi non neoplastici nella regione sigmoidale del colon.

La corretta diagnosi di questi polipi porta ad una strategia conservativa, riducendo i tempi procedurali, evitando polipectomie inutili e scongiurando esami istologici superflui. Dato che quasi tutte le colonscopie dispongono di questa tecnologia, questi dati conferiscono confidenza alla pratica di lasciare intatti i polipi retto-sigmoidali dall’aspetto iperplastico, già sostenuta da alcune associazioni professionali.

Per quanto le tecnologie ottiche non siano sufficienti ad effettuare valutazioni istologiche, comunque, esser risultano utili nell’identificare i margini di un polipo o nella valutazione più accurata del tessuto mucosale per controllare l’eventuale presenza di un polipo. (Am J Gastroenterol online 2019, pubblicato il 1/2 DOI: 10.14309/ajg.0000000000000156

Test BRCA e prevenzione del carcinoma ovarico

Studi clinici hanno evidenziato che le pazienti con carcinoma ovarico e portatrici di mutazione BRCA presentano una maggiore sensibilità a combinazioni di chemioterapia con tenenti derivati del platino ed anche a farmaci che inibiscono il sistema di riparazione del danno del singolo filamento di DNA (il sistema PARP), i cosiddetti PARP-inibitori. Sono oggi inoltre disponibili PARP-inibitori per le pazienti con carcinoma ovarico indipendentemente dallo stato mutazionale di BRCA.

continua a leggere sul sito https://www.univadis.it/

Verruche genitali: vaccino anti-Hpv alternativa terapeutica efficace?

E’ stata condotta un’indagie per valutare l’effetto del trattamento delle verruche genitali mediante somministrazione di un vaccino tetravalente anti-Hpv a fronte dell’escissione chirurgica. Sono stati presi in considerazione 26 pazienti, di cui il 42% presentava verruche genitali ricorrenti. Nel gruppo trattato con il vaccino il tasso di risposta completa delle verruche è stato del 60% a seguito di 3 somministrazioni.I pazienti con risposta parziale hanno preferito rimuovere chirurgicamente le lesioni genitali prima della somministrazione della terza dose di vaccino, in quanto preoccupati della possibile trasmissione sessuale della malattia ai propri partner sessuali.

Un paziente è stato sottoposto ad escissione chirurgica dopo la terza iniezione di vaccino.I siti escissi comprendevano lesioni sovrapubiche, ma gli altri siti fra cui la porzione mediale dell’uretra ed il glande hanno dimostrato una risposta completa a seguito della vaccinazione. Dopo un periodo di monitoraggio medio di 8,42 mesi, i 10 pazienti che avevano ricevuto il vaccino anti-Hpv non hanno mostrato segni di recidiva.

I tassi di risposta alla vaccinazione anti-Hpv sono stati dunque complessivamente del 90%, tenendo conto delle risposte complete e parziali. Questi risultati suggeriscono che i vaccini anti-Hpv potrebbero essere efficaci nella gestione delle verruche genitali.

(Int Braz J Urol. Online 2019, pubblicato il 10/2 doi: 10.1590/S1677-5538.IBJU.2018.0355)

Tumore della Prostata Localizzato e Scelta del Trattamento

La gestione del carcinoma prostatico clinicamente localizzato e individuato mediante la determinazione  dell’antigene prostatico specifico (PSA) rimane un capitolo controverso dell’oncologia. Negli ultimi 25 anni l'impiego sempre più diffuso del PSA test ha portato ad un drammatico aumento nella diagnosi e nel trattamento del cancro alla prostata, ma senza un reale beneficio per molti pazienti. Si stima che in USA, entro la fine del 2016, i nuovi casi di tumore prostatico saranno 180.890 con un tasso di mortalità specifica del 14.4% (26.120 casi), ponendo il tumore prostatico al primo posto per incidenza e al secondo per mortalità specifica rispetto a tutte le altre neoplasie (1). La sua lenta progressione, in molti casi, fa si che la mortalità sia determinata da cause concorrenti non oncologiche, un fattore che complica ulteriormente la scelta del trattamento.

Alla fine del 2015 una revisione sistematica apparsa su European Urology (2) aveva analizzato i dati provenienti da 19 studi per un totale di quasi 119.000 uomini con carcinoma prostatico localizzato.
Una valutazione rigorosa dei tassi di sopravvivenza, derivati dai risultati di 15 studi, ha evidenziato che i casi stati sottoposti a terapia radiante avevano una probabilità di morire di cancro alla prostata maggiore di due volte rispetto a chi aveva subito un intervento chirurgico. Inoltre i casi sottoposti a radioterapia avevano il 50 per cento in più di probabilità di morire per qualsiasi causa prima rispetto ai pazienti trattati con intervento chirurgico. Questi risultati sono stati considerati autorevoli per tutte le informazioni importanti che fornivano, ma il dibattito che ne conseguì portò a concludere che  ancora non era possibile dare una risposta definitiva su quale fosse il trattamento migliore per il tumore della prostata localizzato. La prova definitiva era attesa dai risultati di uno studio randomizzato controllato di grandi dimensioni e ben condotto.

La pubblicazione dei risultati dello studio ProtecT sul New England Journal of Medicine (3) ha permesso il confronto degli esiti a 10 anni in pazienti assegnati a tre diverse opzioni di trattamento. I pazienti erano randomizzati a: monitoraggio attivo (545), prostatectomia radicale (553) e  radioterapia (545) . L'età media dei partecipanti era 62 anni (range 50-69), il livello di PSA mediano alla diagnosi era 4,6 ng/ml (range, 3,0-19,9).  I decessi totali per tumore della prostata erano 17: 8 nel gruppo di monitoraggio attivo, 5 nel gruppo chirurgico e 4 nel gruppo radioterapia, con una differenza tra gruppi non significativa (P = 0,48 per il confronto complessivo). Le metastasi si sono manifestate maggiormente nel gruppo di monitoraggio attivo (33 casi; 6,3 eventi per 1000 persone/anno; IC95%, 4,5-8,8) rispetto al gruppo chirurgico (13 casi; 2.4 x1000 persone/anno; IC95%, 1.4 - 4.2) o il gruppo di radioterapia (16 casi; 3.0 per 1000 persone/anno; IC95%,1,9-4,9) (P = 0,004). I
Il monitoraggio attivo di un tumore della prostata localizzato, rispetto a prostatectomia e radioterapia, ha evidenziato più casi con metastasi e di conseguenza con effetti collaterali correlati ai trattamenti di salvataggio. In questo braccio dello studio la maggioranza degli uomini (88%) ha accettato la randomizzazione, ma successivamente, una significativa percentuale di loro è stata sottoposta a trattamento radicale (circa 20% dopo 3 anni e 50% dopo 10 anni).

Quindi lo studio ProtecT ha dimostrato che, in un paziente con un tumore della prostata localizzato e indipendentemente dal trattamento assegnato, il tasso di mortalità specifica era basso. La prostatectomia e la radioterapia erano associate a bassi tassi di progressione di malattia rispetto al monitoraggio attivo. Il 44% dei pazienti in monitoraggio attivo non ha ricevuto un trattamento radicale e, di conseguenza, ha evitato gli effetti collaterali.
Il monitoraggio attivo quindi potrebbe rappresentare la scelta in caso di comorbidità condizionanti un’aspettativa di vita inferiore ai 10 anni, arco temporale della mediana di follow up di questo studio.
La decisione deve essere successiva a un bilancio tra rischi e benefici per ognuna delle tre opzioni considerate: nel caso di un trattamento radicale (chirurgico o radioterapico) vanno considerati gli effetti collaterali a breve e lungo termine, a livello urinario, sessuale e intestinale; nel monitoraggio attivo l’attenzione và posta nell’alto rischio di progressione di malattia; in tutte le opzioni andrà considerato l’impatto degli effetti della scelta sulla qualità di vita.
Rimane da sottolineare che il  protocollo dello studio è stato impostato circa 20 anni fa. Nel frattempo si sono rese disponibili nuove metodiche diagnostico-terapeutiche come ad esempio la RM multi-parametrica nel campo dell’imaging diagnostico, la robotica laparoscopica in chirurgia e la radioterapia a intensità modulata. Aspetti che se da un lato rappresentano uno di limiti dello studio dall’altro generano nuova attesa sul futuro del follow up di questi pazienti con tumore localizzato della prostata.

Bibliografia

1.

Siegel RL et al. Cancer statistics, 2016. CA Cancer J Clin 2016; 66: 7-30

2.

Wallis C et al. Surgery Versus Radiotherapy for Clinically-localized Prostate Cancer: A Systematic Review and Meta-analysis Eur Urol 2015;doi:10.1016/j.eururo.2015.11.010

3.

Hamdy FC et al. 10-Year Outcomes after Monitoring, Surgery, or Radiotherapy for Localized Prostate Cancer N Engl J Med 2016; 375:1415-24

A cura di: Paolo Spriano- MMG Milano - 19 Dic 2016
Key words: prostata, oncologia, terapia


Nobel zur Hausen, infezioni giocano un ruolo in cancro polmone

Il 20-25% dei pazienti colpiti, infatti, non fuma. Questo ha portato gli oncologi a interrogarsi sul possibile ruolo di infezioni virali, batteriche e fungine nello sviluppo di questo tumore. Ne ha parlato alla Conferenza mondiale dell'International Association for the Study of Lung Cancer (Iaslc), in corso a Vienna, Harald zur Hausen dell'University of Heidelberg (Germania). Lo scienziato ha ottenuto il Nobel per la Medicina nel 2008 per aver individuato il legame tra Hpv e tumore della cervice uterina.

Vienna, 6 dic. 2016


Chemioprevenzione con ASA e Metformina

La metformina, impiegata nella cura del diabete, potrebbe nascondere un secondo effetto terapeutico e diventare un’arma per la prevenzione tumorale. E’ l’ipotesi su cui si sta lavorando con una grande studio negli Usa, che comprenderà oltre 3000 persone tra i 69 e i 75 anni seguite per sei anni. Le basi scientifiche ci sono: uno studio condotto da Andrea De Censi dell’Ospedale Galliera di Genova ha dimostrato due anni fa che nelle donne in procinto di essere operate per carcinoma mammario l’assunzione di metformina per un mese si correlava ad un indice di proliferazione (parametro associato al rischio di malignità) nettamente migliore rispetto a coloro che avevano assunto un placebo. Oggi metformina e acido acetilsalicilico puntano a diventare protagoniste della chemioprevenzione anche in Europa. E’ in partenza un trial che prenderà in esame 160 malati, già operati. Questi saranno trattati per un anno con uno dei due farmaci o con entrambi, o con un placebo, e alla fine vedremo se c'è stato un effetto protettivo. Lo studio potrà anche rivelare se ci sono dei marcatori capaci di aiutarci a capire meglio come impostare questo genere di prevenzione. Bisogna però capire anche quanto dell'effetto preventivo è dovuto all'abbassamento dei livelli di insulina dato dalla metformina, e cioè è indiretto, e quanto è diretto, perché non conosciamo ancora nel dettaglio tutte le sue azioni.


Hbv rilevato nei fumi chirurgici della laparoscopia

L’Hbv può essere rilevato nei fumi chirurgici emessi durante gli interventi laparoscopici effettuati sui pazienti che ne sono infetti. Con la consapevolezza dei rischi legati ai fumi chirurgici per il personale medico che lavora nelle sale operatorie, dovrebbero sussistere un continuo interesse ed una ricerca costante per contrastare efficacemente questo problema, come affermato Seon-Hahn Kim dell’ospedale universitario Anam di Seoul, autore di una ricerca su 11 pazienti sottoposti a laparoscopia.

Già altri virus, fra cui Hiv ed Hpv, erano stati rilevati nei fumi dei laser, ma sinora l’Hbv non era mai stato rilevato in forma aerosolica. Dato che nel presente studio non è stato valutato se l’Hbv isolato fosse anche capace di infettività, al momento non è possibile dire se l’Hbv possa essere realmente acquisito mediante trasmissione per via aerea, ed un prossimo studio su modelli animali si proporrà di accertare proprio questo punto.

Secondo alcuni esperti, le procedure elettrochirurgiche che vengono effettuate negli interventi a cielo aperto possono risultare nell’aria della sala operatoria anche più dannose di quelle di chirurgia robotica in termini di emissione incontrollata di fumi chirurgici, ma a prescindere da ciò il personale sanitario deve essere addestrato a riconoscere e comprendere i rischi legati al trattamento dei pazienti con infezione da Hbv.

Allo scopo di controllare efficacemente i fumi chirurgici durante gli interventi, potrebbe essere impiegata una combinazione di ricambio appropriato dell’aria della sala operatoria e di filtraggio dei fumi derivanti dalla cavità peritoneale allo scopo di proteggere sia pazienti che personale sanitario da fattori espositivi pericolosi.

Occup Environ Med online - ago 2, 2016


Turni notturni aumentano rischio di tumore

Spezzare il naturale ritmo di sonno-veglia, distrugge i geni dell’orologio biologico, che servono anche a controllare la crescita delle cellule affinché non impazziscano generando tumori: potrebbe essere questo il motivo per cui si osserva un maggior rischio di cancro tra coloro che fanno turni di notte. L’ipotesi arriva dai biologi del Massachusetts Institute of Technology (Mit), con uno studio condotto sui topi e pubblicato su Cell Metabolism.

L’elemento chiave che scatena questo meccanismo è la luce, che colpisce la retina e manda un segnale al cervello (nella regione del nucleo soprachiasmatico) dove risiedono gli ingranaggi dell’orologio biologico: da qui partono i segnali che regolano le ‘lancette’ in ogni cellula del corpo. ”La luce è come un pulsante di reset che azzera l’orologio: quando si perde questo segnale, si perde il ritmo naturale in tutte le cellule dell’organismo”, spiega il coordinatore dello studio Thales Papagiannakopoulos, che ora lavora alla New York University School of Medicine.

A perdere il ritmo sono i geni ‘lancetta’, come Bmal1 e Per2: ”se si distruggono questi geni in tutte le cellule del corpo, il segnale luminoso che si riceve normalmente non provoca più alcun effetto”, sottolinea il ricercatore. ”E’ come prendere un martello molecolare e rompere l’orologio”.

Le conseguenze del danno, secondo quanto emerge dagli esperimenti sui topi, possono essere molto pesanti. I geni Bmal1 e Per2, infatti, regolano la tempistica con cui viene acceso un altro gene, c-myc, che controlla la crescita della cellula: se i geni ‘lancetta’ vengono rotti (attraverso un danno diretto al Dna o per un alterato ritmo sonno veglia), c-myc diventa super attivo e accelera la crescita della cellula, facendola proliferare in modo incontrollato col rischio di generare un tumore aggressivo.

Questa osservazione è stata confermata anche dall’analisi di biopsie prelevate da pazienti con tumore del polmone: nelle cellule malate, i geni Bmal1 e Per2 sono molto meno attivi che nelle cellule sane.

Medicina Agosto 01,2016


Frutta e verdura: 8 porzioni al giorno per essere più felici   

Una nuova ricerca pubblicata dall’American Journal of Public Health,  indica come un consumo di 8 porzioni al giorno contribuisca, in modo proporzionale, a migliorare l’umore. Condotto da ricercatori dell’Università inglese di Warwick, in collaborazione con l’Università di Queensland, in Australia, lo studio è uno dei primi tentativi scientifici di esplorare le conseguenze sul benessere psicologico che frutta e verdura possono avere, al di là dei già noti benefici di salute nel ridurre il rischio di cancro e di malattie del cuore.
Lo studio ha seguito per due anni 12.385 persone selezionate in modo casuale e invitate a tenere diari alimentari e ad annotare il loro benessere psicologico. Ad esser stati valutati sono stati anche una serie di parametri come cambi in casa, di reddito e di lavoro. Ne è emerso che, nell’arco di 24 mesi, le persone passate da quasi nessuna a 8 porzioni di frutta e verdura al giorno avevano sperimentato un aumento della soddisfazione di vita pari a quella di trovare lavoro. Inoltre l’aumento era incrementale rispetto a ogni porzione extra. E questo forse grazie, ipotizzano gli autori, a una maggior assunzione di carotenoidi, gruppo di antiossidanti che regala a frutta e ortaggi i caratteristici colori. “Forse i nostri risultati saranno più efficaci rispetto ai messaggi tradizionali nel convincere le persone ad avere una dieta sana”, commenta Redzo Mujcic, ricercatore presso l’Università del Queensland.

20/07/2016


Melanomi: conseguenze dello screening in medicina di base

Lo screening basato sulla popolazione per il rilevamento precoce dei melanomi risulta altamente promettente per la riduzione della mortalità collegata a questi tumori, ma sono necessarie evidenze per determinare se i benefici di questa pratica ne giustifichino i rischi. Un recente studio ha valutato gli interventi di chirurgia cutanea e le visite dermatologiche dopo lo screening allo scopo di evidenziarne le possibili conseguenze fisiche, psicologiche e finanziarie.

Lo studio, basato sul programma di rilevamento precoce dei melanomi denominato INFORMED, è stato incentrato su medici di base selezionati ed addestrati appositamente che hanno esaminato nel complesso 1.572 pazienti da un campione iniziale di 16.472 soggetti. Nei pazienti esaminati da medici esperti, è stato riscontrato un incremento del 79% nelle diagnosi di melanomi, mentre non è stata riscontrata alcuna differenza nei pazienti esaminati da medici con scarsa o nessuna esperienza nel programma INFORMED.

Non è stato comunque riscontrato alcun incremento sostanziale negli interventi chirurgici cutanei o nelle visite dermatologiche nei gruppi considerati. Il presente studio è probabilmente il primo ad illustrare i risultati di un programma del genere, e ne è derivato che lo screening aumenta le diagnosi di melanoma ma non gli interventi chirurgici o le visite dermatologiche. Questi risultati rassicurano sul fatto che iniziative del genere possono essere condotte senza conseguenze negative importanti, almeno in base ai parametri considerati e, pertanto, andrebbero prese in considerazione per un impiego maggiormente diffuso.

Cancer online 2016, pubblicato l’8/7


Linfomi non-Hodgkin infantili, adolescenziali e dei giovani adulti: orizzonti terapeutici

Oncoematologia

I linfomi non-Hodgkin rappresentano la terza forma di tumore maligno più comune in bambini, adolescenti e giovani adulti. Si tratta di un insieme proteiforme di patologie che derivano da un punto di svolta chiave durante lo sviluppo dei linfociti B e T nel midollo osseo o nei centri germinali o nel timo. Per quanto il progresso nell’impiego degli agenti citotossici tradizionali abbia portato a dramnatici miglioramenti nella sopravvivenza, queste terapie sono associate a significative tossicità acute e croniche.

Inoltre, la prognosi per i giovani con linfomi recidivanti o refrattari rimane negativa, dato che la vasta maggioranza dei pazienti va incontro a decesso. Grazie ad un ampio numero di studi biologici, unitamente alle sequenziazioni genetiche su vasta scala, sono state raccolte notevoli conoscenze riguardo la fisiopatologia molecolare dei linfomi a cellule B e T. Ciò ha dato adito allo sviluppo di una serie di innovativi approcci terapeutici che potrebbero fornire allo stesso tempo nuove speranze per i pazienti recidivanti ed un’opportunità di ridurre il carico terapeutico nei giovani di recente diagnosi.

Per quanto la maggior parte dei nuovi agenti non sia stata testata nei bambini, i lavori in corso da parte di diversi gruppi cooperativi esploreranno presto il loro impiego nelle patologie pediatriche, nella speranza di migliorare ulteriormente gli esiti pur massimizzando la qualità della vita.

(Br J Haematol online 2016, pubblicato il 27/3)


OMS: il caffè non è cancerogeno. Se non è bollente.

 (Reuters Health) – Una notizia che rallegra milioni di appassionati della bevanda nel mondo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha riferito oggi che non esistono prove schiaccianti sulla cancerogenicità del caffè. Purché non sia troppo caldo. Infatti, se raggiunge la temperatura di 70°, rientra tra le bevande che possono provocare il cancro esofageo.

In Italia non dovremmo correre questo rischio. Secondo i dati di Comunicarecaffé, il quotidiano on line del settore, al bar l’espresso esce dalla macchina a una temperatura di 65°, per perdere almeno una decina di gradi quando viene versato nella tazza. In pratica, il caffè tricolore viene bevuto mediamente a una temperatura di circa 55°.

La dichiarazione dell’OMS
“Bere caffè non è classificabile come cancerogeno per l’uomo (gruppo 3)” hanno detto gli esperti dell’OMS. “Il grande corpo di prove attualmente disponibili ha portato alla rivalutazione della cancerogenicità del caffè,precedentemente classificato come possibilmente cancerogeno per l’uomo (gruppo 2B) dallo IARC nel 1991. Dopo aver esaminato a fondo più di 1000 studi nell’uomo e negli animali, il gruppo di lavoro ha rilevato che non vi erano prove sufficienti per la cancerogenicità del caffè nel suo complesso”.

Occhio alle bevande molto calde
Gli esperti dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) dell’OMS, tuttavia, lanciano un allarme sulla temperatura eccessiva delle bevande come fattore di rischio cancerogeno (gruppo 2A). La valutazione si è basata su studi epidemiologici che hanno mostrato associazioni positive tra il cancro dell’esofago ed il bere bevande molto calde. Gli studi in luoghi come Cina, Iran, Turchia e Sud America, dove il tè o il mate sono tradizionalmente bevuti molto caldi (a circa 70° C), hanno fatto emergere che il rischio di cancro esofageo è aumentato in proporzione con la temperatura alla quale la bevanda era stata assunta.

Negli esperimenti sugli animali, si è riscontrata addirittura un’evidenza – sia pur limitata – per la cancerogenicità di acqua molto calda. Il fumo e l’alcol sono le principali cause di cancro esofageo, in particolare in molti paesi ad alto reddito, anche se la maggior parte dei tumori esofagei si verificano in alcune parti dell’Asia, del Sud America, e Africa orientale, dove si bevono regolarmente bevande molto calde è comune e le ragioni dell’elevata incidenza di questo cancro non sono così ben comprese”.

Il cancro all’esofago è l’ottava causa più comune di cancro in tutto il mondo ed è una delle principali cause di morte per cancro, con circa 400.000 decessi registrati nel 2012 (5% di tutti i decessi per cancro). “La percentuale di casi di cancro esofageo che può essere collegata al bere bevande molto calde però non è ancora nota”, fa notare l’OMS.

Fonte: OMS. Kate Kelland - 15 giugno, 2016


Un vaccino contro il cancro è possibile?   

Sicuramente un approccio ”interessante e innovativo”, ma è ”ancora troppo presto per poter parlare di un potenziale vaccino terapeutico contro i tumori efficace sull’uomo e basato sull’immunoterapia, mentre va detto che già esistono altre potenti ‘armi’ di immunoterapia che stanno dando risultati concreti nel trattamento dei pazienti”. Queste le parole di Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori ‘Pascale’ di Napoli, a commento dello studio tedesco pubblicato da Nature su un vaccino che induce una fortissima risposta antitumorale del sistema immunitario, finora testato nei topi e in tre pazienti.

Lo studio tedesco
Messo a punto da esperti dell’Università Johannes Gutenberg a Mainz, il vaccino è costituito da una capsula di molecole di grasso e contiene un ‘cuore genetico’, un piccolo Rna su cui sono scritte le ‘istruzioni’ per attivare le cellule del sistema immunitario del paziente a sferrare una forte risposta immunitaria contro il tumore. Secondo quanto riferito su Nature, appunto, la sua unicità sta nel fatto che il vaccino funziona in maniera semplicissima e induce una forte reazione immunitaria: iniettato endovena, infatti, raggiunge i distretti immunitari del corpo (milza, linfonodi, midollo osseo) dove attiva una forte risposta immunitaria contro il tumore, sostenuta nel tempo. Il carattere di potenziale universalità del vaccino risiede nel fatto che l’Rna inserito nella capsula è intercambiabile a seconda del tumore, così da essere tradotto in un antigene tumore-specifico. Gli esperti hanno prima dimostrato l’efficacia del vaccino sui topi con diversi tipi di cancro; successivamente hanno iniziato i test sull’uomo, concentrandosi inizialmente sul melanoma. Testato su tre pazienti in stadio avanzato di malattia, il vaccino, già a basse dosi, si è mostrato capace di dare avvio a una forte risposta immunitaria. Proprio per il ristretto numero di pazienti su cui è stato testato, il vaccino ha ancora bisogno di ulteriori verifiche. Proprio per questo motivo Ascierto si dice scettico e anzi ribadisce il carattere del tutto prematuro della notizia stessa, nonostante la certa efficacia delle cure immunoterapiche.

L’immunoterapia, spiega Ascierto, ”mira ad attivare il sistema immunitario contro le cellule cancerose, per combatterle e distruggerle, ed è un’arma vincente che sta dando grandi risultati, ma lo studio tedesco presenta dati ancora troppo preliminari, anche perché è successo varie volte che un vaccino efficace nei topi non fosse poi risultato tale nell’uomo, sebbene in questo caso sia stato testato su tre pazienti con melanoma”. Se tali risultati ”dovessero essere confermati – spiega quindi l’esperto – si tratterebbe di una nuova arma importante che va ad affiancarsi alle armi di cui oggi già disponiamo e che stanno dando risultati concreti di efficacia sui pazienti”.

La soluzione vincente contro i tumori, insomma, potrebbe trovarsi nel nostro stesso organismo, attivando appunto il sistema immunitario, ma a cambiare è il metodo; ”con il vaccino si introducono nell’organismo le proteine del tumore, in modo che il sistema immunitario sia sollecitato a riconoscerle ed a distruggere le cellule tumorali in quanto estranee. Con le molecole immunoterapiche che oggi abbiamo, invece, si riesce a rimuovere i freni inibitori che il tumore utilizza per rallentare l’azione del sistema immunitario”. Queste molecole si chiamano ANTI-CTLA e ANTI-PD1 e ”rappresentano – afferma Ascierto – un’importante realtà che, in futuro, potrà essere impiegata in combinazione con altre terapie che funzionano, come si spera possa essere un vaccino terapeutico”.

I risultati concreti dell’azione delle molecole immunoterapiche già sono evidenti. ”Nel caso del melanoma, ad esempio, si è visto che ben il 20% dei pazienti in stadio avanzato trattatati con questi farmaci immunoterapici arriva a cronicizzare la malattia a 10 anni”. E ”buoni risultati si stanno registrando anche per il trattamento di altre forme di tumore come quello al polmone, rene, vescica, con nuovi farmaci immunoterapici che hanno avuto l’approvazione dall’ente statunitense di controllo per i farmaci Fda”, precisa ancora Ascierto.

“Il messaggio che bisogna lanciare quindi è che i tanti malati non devono pensare che in questo momento non ci siano armi efficaci, anzi ed il vaccino, quando e se arriveranno conferme definitive, rappresenterà un ulteriore importante strumento che andrà ad integrare le terapie importanti già esistenti”, conclude Ascierto.

giu 03,2016


Tumore dello stomaco: diagnosi in meno di due ore con un prelievo di sangue

Presto sarà possibili diagnosticare il cancro dello stomaco solo da un prelievo di sangue e in meno di due ore: è quanto consente di fare l’apparecchio sviluppato da un giovane ingegnere cileno, Alejandro Tocigl con la sua start up, che spera di rendere disponibile sul mercato nel 2018, e ha presentato in una conferenza stampa a Santiago del Cile.

L’apparecchio funziona rilevando i microRna, piccole molecole che agiscono come interruttori molecolari e che funzionano da biomarcatori di varie malattie. ”In questo momento stiamo sviluppando l’apparecchio per rilevare il tumore dello stomaco – spiega Tocigl – ma l’idea è di applicare la nostra tecnologia in futuro agli altri tipi di tumore e malattie”. Lo strumento dispone di una placca dove si distribuisce il campione di microRna del paziente e lo si fa reagire con dei composti chimici sviluppati dai ricercatori. In questo modo l’apparecchio rileva le molecole alterate, e attraverso un software, il risultato viene collegato ad una malattia specifica.

Un sistema più economico, semplice e accessibile di quelli attualmente disponibili per la diagnosi del cancro. Ogni esame fatto con questo apparecchio infatti, stima Tocigl, non dovrebbe costare più di 66 euro. ”Nelle economie emergenti – continua – è indispensabile ridurre la differenza che esiste tra i sistemi di salute pubblica e privata, e con questa tecnologia vogliamo fare questo. E’ un’iniziativa di basso costo, che vuole rendere più democratico l’accesso della popolazione agli esami medici, rispetto ad altre tecnologie più care”. La rivista Mit Technology Review ha inserito Alejandro Tocigl tra gli innovatori con meno di 35 anni del 2015 per il suo progetto e l’impatto che ha nella società.

mag 31,2016


SOPRAVVIVENZA CON TUMORE  OLTRE IL 70%

Aumenta costantemente il numero degli italiani che convivono con il tumore, perché le guarigioni sono sempre più numerose. E' una buona notizia quella che emerge dalle cifre, con percentuali che arrivano a sfiorare il 70 per cento di guarigione e salgono addirittura al 91 per cento per il tumore della prostata e all'87 per cento per il tumore mammario. Ma ovviamente ci sono ancora aspetti da migliorare, a partire da una maggior attenzione alla prevenzione (il 40 per cento dei tumori sarebbe evitabile con la prevenzione e un diverso stile di vita) ed un impiego più appropriato delle potenzialità diagnostiche. In particolare, secondo il presidente eletto di Aiom Stefania Gori, ci sarebbero ancora troppi esami impropri, specie se si parla di marcatori tumorali. A detta dell'esperta infatti questi esami vengono impiegati anche a scopo diagnostico in persone non colpite dalla malattia. Lo fanno pensare le cifre: nel 2012 sarebbero stati eseguiti oltre 13 milioni di controlli proprio su marcatori tumorali, con evidente inappropriatezza. Ovviamente su questi aspetti e sulla possibilità di utilizzare al meglio i farmaci più moderni si può ancora migliorare… e di molto.

Il Giornale  26 maggio 2016, pag 32


Cancro alla prostata: con terapia anti-androgena e radioterapia diminuisce la progressione

(Reuters Health) – Una breve terapia a base di farmaci che inibiscono la produzione degli androgeni ridurrebbe la progressione della malattia oncologica negli uomini che hanno un aumento dei livelli di PSA (antigene prostatico specifico) a seguito dell’intervento di rimozione della prostata. È quanto sostiene uno studio francese pubblicato da Lancet Oncology.

“Quale sia il miglior modo di trattare l’aumento del PSA dopo prostatectomia è ancora una questione dibattuta – afferma Christian Carrie del Centre Leon Berard di Lione, autore principale dello studio. -Circa un terzo dei pazienti avranno una recidiva e poco meno di metà dei malati non avrà metastasi per 10 anni”. Anche se la radioterapia ritarda il bisogno di terapie più aggressive, come la soppressione degli androgeni a lungo termine, “meno di metà dei pazienti beneficiano di questo trattamento”, hanno scritto i ricercatori francesi.

Lo studio
Per valutare l’effetto di una breve terapia anti-androgena associata a radioterapia sulla riuscita del trattamento e sulla sopravvivenza, Carrie e colleghi hanno condotto un trial clinico di fase 3 multicentrico e randomizzato (GETUG-AFU16). Per la sperimentazione sono stati scelti uomini che avevano un aumento del PSA tra 0,2 e 2 mcg/L dopo un intervento chirurgico, situazione in cui il PSA non sarebbe rintracciabile. In tutto, sono stati presi in considerazione 374 pazienti che si sono sottoposti a radioterapia, cinque giorni a settimana per sette settimane, e 369 che oltre alla radioterapia sono stati trattati con goserelina, un farmaco che inibisce la produzione di androgeni, somministrata per via sottocutanea il primo giorno di radioterapia e una seconda volta dopo tre mesi.

I risultati
Dai dati raccolti è risultato che l’80% dei pazienti che oltre alla radioterapia erano stati trattati con goserelin erano meno interessati da una progressione biochimica o clinica della malattia a cinque anni di distanza, contro il 62% dei pazienti trattati con la sola radioterapia. Gli effetti collaterali tardivi sono stati gli stessi tra i due gruppi, mentre i più frequenti eventi avversi correlati al trattamento con goserelina sono state le vampate di calore e la sudorazione. I più comuni effetti avversi gravi a lungo temine sono stati invece problemi all’apparato genitourinario e disturbi della sfera sessuale.

Fonte: Lancet Oncol 2016.   Marilynn Larkin - mag 18,2016


Carcinoma prostatico, non sempre serve il bisturi

Come comportarsi quando si scopre un tumore della prostata? E' sempre necessario che il primo atto sia quello chirurgico di asportazione della ghiandola o si possono studiare strade alternative che non prevedano l'immediato ricorso al bisturi? A queste domande hanno risposto gli specialisti presenti nei giorni scorsi a Firenze per il Congresso della Società Italiana di Urologia. La linea da tenere, in base a quanto riporta la letteratura scientifica, non sembra essere sempre e comunque interventista: quando il tumore è di grado basso o addirittura molto basso anche un atteggiamento di osservazione vigile può essere più che giustificato. "Le classi di rischio, divise secondo diversi parametri, sono cinque: molto basso, basso, intermedio, alto e molto alto. Se è molto basso o basso è il caso di non fare nulla e controllare l'ipotetica evoluzione nell'arco dell'anno successivo alla diagnosi". Queste parole del presidente della Società Italiana di urologia Giuseppe Martorana spiegano perfettamente l'atteggiamento che oggi gli esperti puntano a tenere nei confronti di questa neoplasia, che pone a rischio un maschio su 16 sopra i 50 anni. Sul fronte della prognosi, la mortalità appare in calo costante. In questo caso tuttavia per gli esperti va sottolineata l'importanza della possibilità di diagnosi precoce, estremamente aumentata negli ultimi anni. sempre secondo Martorana, oggi su dieci pazienti che si operano solo due o tre sono considerati in stadio avanzato.

Il Messaggero 1 ottobre 2014


Ca prostatico: prostatectomia radicale riduce mortalità a lungo termine

N Engl J Med. 2014 Mar 6;370(10):932-42

Un follow-up di oltre vent’anni conferma sul New England Journal of Medicine una sostanziale riduzione della mortalità per cancro prostatico dopo prostatectomia radicale. Ma va ricordato che anche in gran parte dei sopravvissuti a lungo termine nel gruppo vigile attesa, cioè sottoposto a osservazione clinica prolungata senza trattamento, non è stata necessaria alcuna terapia palliativa. È quanto afferma Anna Bill-Axelson, ricercatrice al Dipartimento di scienze chirurgiche del Regional Cancer Center di Uppsala e prima firmataria dell’articolo. «Diversi studi svolti in precedenza hanno dimostrato che la prostatectomia radicale riduce la mortalità tra gli uomini con carcinoma della prostata localizzato, anche se restava da chiarire il beneficio a lungo termine del trattamento chirurgico» spiega Axelson. Così i ricercatori nordeuropei, in collaborazione con i colleghi del King’s College di Londra e della Harvard Medical School di Boston, hanno studiato 695 uomini con cancro prostatico, assegnandoli in modo casuale all’intervento radicale o alla vigile attesa tra il 1989 e il 1999, e seguendoli  fino alla fine del 2012. «Gli end point primari, cioè le principali misure di efficacia dei due trattamenti, erano la morte da qualsiasi causa, la morte per cancro alla prostata  e il rischio di metastasi, mentre quelli secondari comprendevano l'inizio della terapia di deprivazione androgenica» riprende la ricercatrice. Negli anni di follow-up sono morti 200 uomini su 347 nel gruppo chirurgico e 247 su 348 nel gruppo vigile attesa. I decessi avvenuti per neoplasia prostatica sono stati rispettivamente 63 e 99, mentre la terapia di deprivazione androgenica è stata utilizzata in un minor numero di pazienti sottoposti a prostatectomia. «Il beneficio sul lungo periodo della chirurgia in termini di riduzione della mortalità è maggiore negli uomini di età inferiore ai 65 anni e in quelli con cancro a rischio intermedio, anche se la prostatectomia radicale riduce le probabilità di metastasi e la necessità di cure palliative tra gli uomini più anziani» aggiunge Axelson. E conclude: «Parlando invece di morbilità, entrambi i gruppi hanno avuto tassi simili di disfunzione erettile, comparsa nell’80% circa dei casi, mentre quello chirurgico ha avuto una maggiore incidenza di incontinenza urinaria rispetto alla vigile attesa, rispettivamente 41% e 11%».
N Engl J Med. 2014 Mar 6;370(10):932-42

 


Psa, binomio sovradiagnosi-sovratrattamento da spezzare

«Le considerazioni dell’American college of physicians (Acp) sull’impiego del Psa come screening di popolazione riprendono un dibattito che dura da molti anni». Lo ricorda Giario Conti, responsabile U.O. di Urologia all'Ospedale S.Anna di Como e presidente della Società italiana di urologia oncologica (Siuro). «Mentre la mammografia e la ricerca del sangue occulto nelle feci sono stati valutati idonei a scoprire precocemente il rischio, rispettivamente, di cancro della mammella e del colon con un rapporto favorevole tra costo (economico/biologico/psicologico) e beneficio, nel caso del Psa tale vantaggio non sembra essere stato raggiunto». Esistono, infatti, tumori prostatici che non richiederebbero il trattamento in quanto non in grado di influire sulla sopravvivenza del paziente. «Effettivamente l’overtreatment è insito nello screening e ciò costituisce un problema nella comunicazione con il paziente. Andrebbe in realtà spezzato il binomio overdiagnosis-overtreatment» prosegue Conti. «Inoltre, a tutt’oggi, non vi è nemmeno condivisione sull’età in cui eventualmente fare lo screening: per l’Acp è inutile prima dei 50 anni, altri sostengono che tale limitazione è ingiustificata». L’argomento, peraltro, era stato già affrontato due anni fa dalla Siuro - dopo la pubblicazione di due grandi screening (uno Usa, l’altro europeo) – con la stesura di un decalogo ancora attuale «in cui si afferma» spiega il presidente Siuro «che, per ora, non esistono dati per giustificare uno screening di massa, ma che sicuramente il test è indicato in alcune categorie di pazienti “a rischio” per familiarità, sintomatologia urinaria, etnia (soggetti afroamericani). Se poi è il paziente a chiedere l’esame, occorre dare l’informazione corretta sul significato del test e sulle possibili conseguenze della sua effettuazione, come ora conferma l’Acp». L’iter diagnostico-terapeutico, infatti, può essere pesante, e ciò è grave se non vi è la certezza della necessità di trattamento. «Per ovviare a ciò sono stati avviati programmi di sorveglianza attiva che consentono di identificare i pazienti da tenere in osservazione senza intervenire subito. Una pratica che potrebbe divenire meno pressante quando saranno disponibili, oltre al Pca-3 e al Phi, nuovi marker (o panel di marcatori) biomolecolari o genetici più precisi nella predizione del rischio su tempi lunghi».


Tumori colorettali: fin dove arriva l’efficacia dello screening?

Negli adulti dai 50 anni in su negli USA si osserva un netto declino nell’incidenza e nella mortalità dei tumori colorettali. Secondo Gilbert Welch e Douglas Robertson del Dartmouth Institute for Health Policy and Clinical Practice di Lebanon, autori dell’indagine che ha riscontrato questi dati, dal 1975 l’incidenza è calata del 40% circa e la mortalità del 50% circa, e questa tendenza si attribuisce spesso allo screening, ma secondo i ricercatori l’entità dell’effetto è tale che devono essere coinvolti anche altri fattori.

Peraltro, lo screening non sembrerebbe essere così indispensabile per il declino dei tumori gastrointestinali, dato che dal 1930 incidenza e mortalità sono calate di più del 90%, ed inizialmente non era stata introdotta alcuna iniziativa di screening. Per quanto sottovalutare lo screening possa costare delle vite, sopravvalutarlo potrebbe rivelarsi altrettanto pericoloso, in quanto la fiducia che in esso si ripone potrebbe distrarre da altre importanti attività di promozione della salute, come dieta sana ed esercizio.

Peraltro, la maggior parte delle persone sottoposte a colonscopia non presenta tumori o grandi polipi precancerosi, e spesso viene sottoposta a colonscopie ripetute per il monitoraggio di piccoli polipi.

(N Engl J Med. 2016; 374: 1605-7)  - mag 05,2016


Olio extravergine d’oliva anticancro

Oro verde. La varietà di olio extravergine d’oliva più ricca di polifenoli ha un potente effetto benefico sulla nostra salute: funziona come uno scudo anti-cancro. A identificare le proprietà nutrigenomiche del condimento principe sulle tavole italiane è uno studio dell’università di Bari.

Protagoniste della ricerca sono proprio le varietà, o ‘cultivar’, pugliesi, dalla Coratina alla Peranzana: i ricercatori si sono concentrati su come i nutrienti influenzano il nostro organismo. La scoperta sorprendente è che ogni cultivar di olio extravergine d’oliva è cosi specifica da percorrere strade individuali, ‘accendendo’ geni precisi nel nostro organismo. In altre parole, ogni tipo di olio va considerato come un alimento diverso.

La ricerca ha mirato a identificare geni e microRna deputati al funzionamento delle cellule infiammatorie (i monociti), la cui espressione può variare in rapporto all’assunzione acuta di varietà di olio extravergine d’oliva più o meno ricche in polifenoli (i composti chimici ‘buoni’ che gli conferiscono il sapore caratteristico). Ebbene, viene confermato in pieno che l’olio extravergine d’oliva ricco in polifenoli giova alla salute non solo da un punto di vista metabolico, ma anche sullo stato ossidativo, sull’infiammazione e sulla prevenzione dell’aterosclerosi e del cancro.

Non solo. Gli effetti benefici dell’olio extravergine d’oliva, emerge dallo studio, appaiono più marcati nei volontari sani che non su pazienti con obesità addominale e sindrome metabolica, a sottolineare l’importanza del duo qualità dell’alimento e dell’organismo che lo riceve.

“E’ possibile prevedere – spiega Antonio Moschetta, docente di Medicina interna della facoltà medica barese e coordinatore dello studio – che in un prossimo futuro ogni ristoratore dovrà avere, insieme alla carta dei vini, anche quella degli olii, e che la scelta di questi ultimi sarà basata sul gusto e sulle proprietà nutrigenomiche. Avremo così la possibilità reale di difendere la qualità e incentivare la forza dei nostri olii pugliesi e italiani, della loro palatabilità e delle loro già ampiamente riconosciute proprietà chimico-fisiche.

Lo studio è stato condotto dal gruppo dell’ Università di Bari in collaborazione con l’Irccs Istituto tumori di Bari e con la Fondazione Mario Negri Sud di Santa Maria Imbaro e finanziato con fondi Pon/Por e dell’ Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc). Il lavoro è pubblicato oggi online sulla sezione

Molecular Biology of Lipids della rivista ‘Biochimica et Biophysica Acta’.


Tatuaggi a rischio: circola inchiostro super cancerogeno

Allarme tatuaggi cancerogeni. Un inchiostro nero a rischio tumori è in circolazione in Italia. A lanciare l’allarme l’Associazione italiana tatuatori riuniti (Atir) attraverso il suo presidente, Geppi Serra, che si è attivato appena ha avuto le prime segnalazioni facendo analizzare il prodotto e inviando i preoccupanti risultati al ministero della Salute e ai Nas. 

“Questo inchiostro – spiega Serra all’AdnKronos Salute – denominato ‘Dynamic’, viene esportato dalla Killer Ink e venduto  soprattutto nelle fiere di tatuaggi. Costa un po’ meno di un inchiostro di qualità usato in studi certificati. A dire il vero alcuni importatori appongono etichette su cui è scritto che non deve essere usato per i tattoo. Ma temo che questa avvertenza non scoraggi gli abusivi che in Italia sono 10 per ogni tatuatore a norma. E del resto anche queste etichette-avviso sono del tutto fuori dalle regole”. 

Le analisi dell’inchiostro, fatte realizzare dall’Atir presso laboratori certificati, hanno rilevato la presenza di alcuni metalli pesanti e di diversi tipologie di Ipa (idrocarburi policiclici aromatici), sostanze classificate come cancerogene, mutagene e teratogene. “Siamo molto preoccupati.  Si tratta di un prodotto che costa poco e, a quanto sappiamo, molto scuro, con buoni risultati su disegno. Ma è estremamente pericoloso”, conclude Serra che si appella a chi ha deciso di fare un tattoo: “E’ importante rivolgersi a professionisti preparati e certificati, facendo attenzione anche agli inchiostri usati. Meglio evitare gli abusivi, i tatuatori improvvisati e i tatuaggi a bassissimo costo”.

11 luglio 2016


Il vino rosso previene il cancro e le malattie cardiache

Il vino rosso contiene un composto chiamato resveratrolo, che potrebbe ridurre il rischio di malattie cardiache cambiando il microbioma intestinale. Ad affermarlo i ricercatori del Research Center for Nutrition and Food Safety in Chongqing, China, che hanno pubblicato lo studio sulla rivista “mBio“.

I risultati ottenuti da una serie di esperimenti sui topi, hanno dimostrato che il resveratrolo altera la comunità batterica nell’intestino, riducendo i livelli di trimetilammina-N-ossido (TMAO), noto per essere un fattore che contribuisce allo sviluppo dell’aterosclerosi. Il composto inibisce la produzione dei batteri intestinali di TMA, necessari per la produzione di TMAO.

I nostri risultati offrono nuove intuizioni sui meccanismi responsabili degli effetti anti-aterosclerosi del resveratrolo e indicano che il microbiota intestinale può diventare un bersaglio interessante per interventi farmacologici o dietetici per diminuire il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari” – afferma il prof. Man-tian Mi.

Ricordiamo che il resveratrolo ( (3,5,4′-triidrossi-trans-stilbene) è un composto vegetale che si trova naturalmente nelle arachidi, uva, vino rosso e alcune bacche. Si tratta di un polifenolo, che si ritiene abbia proprietà antiossidanti che possono proteggere contro patologie come le malattie cardiache, il cancro e le malattie neurodegenerative.
Gli esseri umani assorbono bene il resveratrolo, ma dal momento che è rapidamente metabolizzato ed eliminato, la sua biodisponibilità è bassa.
Anche se i risultati dovranno essere replicati sull’uomo, in futuro, questo polifenolo naturale, senza effetti collaterali potrebbe essere utilizzato per il trattamento di malattie.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Resveratrol Attenuates Trimethylamine-N-Oxide (TMAO)-Induced Atherosclerosis by Regulating TMAO Synthesis and Bile Acid Metabolism via Remodeling of the Gut Microbiota
Ming-liang Chen, Long Yi, Yong Zhang, Xi Zhou, Li Ran, Jining Yang, Jun-dong Zhu, Qian-yong Zhang and Man-tian Mi
mBio vol. 7 no. 2 e02210-15  5 April 2016 doi:10.1128/mBio.02210-15

Tratto dal Weblog “Medicina in Biblioteca”


Dieta mediterranea. I suoi grassi “buoni” difendono dalle malattie

E’ appena stata pubblicata sulla rivista Annals of Internal Medicineuna revisione dei dati di studi pubblicati in precedenza nella quale si evidenzia che la dieta mediterranea, ricca di grassi vegetali, cioè quelli ‘buoni’, può proteggere da malattie come cancro al seno, infarto, ictus e diabete. L’analisi è stata condotta da Hanna Bloomfield, dell’Università del Minnesota, che spiega: ”Per anni ci è stato detto di limitare il consumo di grassi di ogni tipo e che i grassi sono comunque qualcosa che fa male alla salute; ma questo ha portato a un aumento dei consumi di carboidrati molto raffinati e parallelamente non ha coinciso con la diminuzione di malattie croniche come il diabete, problemi cardiovascolari e obesità”.
Partendo da questa premessa gli esperti Usa sono andati a vedere se il consumo totale di grassi tipici della dieta mediterranea (soprattutto grassi di origine vegetale – da olio o frutta secca ad esempio – o grassi del pesce e anche quelli saturi dei latticini) in qualche modo fosse associato a ridotto o aumentato rischio di malattie quali cancro, diabete, infarto o ictus. E’ emerso che più si resta fedeli alla dieta mediterranea, indipendentemente dalla quantità di grassi consumati e quindi senza alcun limite per questa tipologia di nutrienti, più si è protetti dalle malattie. Il messaggio è quindi che una dieta sana – come quella mediterranea appunto – può includere tanti grassi e non pone limiti al loro consumo, purché siano grassi ‘buoni’.


Linfomi non-Hodgkin infantili, adolescenziali e dei giovani adulti: orizzonti terapeutici

Oncoematologia

I linfomi non-Hodgkin rappresentano la terza forma di tumore maligno più comune in bambini, adolescenti e giovani adulti. Si tratta di un insieme proteiforme di patologie che derivano da un punto di svolta chiave durante lo sviluppo dei linfociti B e T nel midollo osseo o nei centri germinali o nel timo. Per quanto il progresso nell’impiego degli agenti citotossici tradizionali abbia portato a dramnatici miglioramenti nella sopravvivenza, queste terapie sono associate a significative tossicità acute e croniche.

Inoltre, la prognosi per i giovani con linfomi recidivanti o refrattari rimane negativa, dato che la vasta maggioranza dei pazienti va incontro a decesso. Grazie ad un ampio numero di studi biologici, unitamente alle sequenziazioni genetiche su vasta scala, sono state raccolte notevoli conoscenze riguardo la fisiopatologia molecolare dei linfomi a cellule B e T. Ciò ha dato adito allo sviluppo di una serie di innovativi approcci terapeutici che potrebbero fornire allo stesso tempo nuove speranze per i pazienti recidivanti ed un’opportunità di ridurre il carico terapeutico nei giovani di recente diagnosi.

Per quanto la maggior parte dei nuovi agenti non sia stata testata nei bambini, i lavori in corso da parte di diversi gruppi cooperativi esploreranno presto il loro impiego nelle patologie pediatriche, nella speranza di migliorare ulteriormente gli esiti pur massimizzando la qualità della vita. (Br J Haematol online 2016, pubblicato il 27/3)


Tumori: scoperto bersaglio risveglio cellule sistema immunitario

(AGI) - Londra, 15, apr. - Le cellule immunitarie possono essere "risvegliate" per combattere anche i tumori piu' letali. A dimostrarlo e' stato un gruppo di ricercatori dell'University College London in uno studio pubblicato sulla rivista Cancer Research.


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