NEWS

Novità

Tumore della Prostata Localizzato e Scelta del Trattamento

La gestione del carcinoma prostatico clinicamente localizzato e individuato mediante la determinazione  dell’antigene prostatico specifico (PSA) rimane un capitolo controverso dell’oncologia. Negli ultimi 25 anni l'impiego sempre più diffuso del PSA test ha portato ad un drammatico aumento nella diagnosi e nel trattamento del cancro alla prostata, ma senza un reale beneficio per molti pazienti. Si stima che in USA, entro la fine del 2016, i nuovi casi di tumore prostatico saranno 180.890 con un tasso di mortalità specifica del 14.4% (26.120 casi), ponendo il tumore prostatico al primo posto per incidenza e al secondo per mortalità specifica rispetto a tutte le altre neoplasie (1). La sua lenta progressione, in molti casi, fa si che la mortalità sia determinata da cause concorrenti non oncologiche, un fattore che complica ulteriormente la scelta del trattamento.

Alla fine del 2015 una revisione sistematica apparsa su European Urology (2) aveva analizzato i dati provenienti da 19 studi per un totale di quasi 119.000 uomini con carcinoma prostatico localizzato.
Una valutazione rigorosa dei tassi di sopravvivenza, derivati dai risultati di 15 studi, ha evidenziato che i casi stati sottoposti a terapia radiante avevano una probabilità di morire di cancro alla prostata maggiore di due volte rispetto a chi aveva subito un intervento chirurgico. Inoltre i casi sottoposti a radioterapia avevano il 50 per cento in più di probabilità di morire per qualsiasi causa prima rispetto ai pazienti trattati con intervento chirurgico. Questi risultati sono stati considerati autorevoli per tutte le informazioni importanti che fornivano, ma il dibattito che ne conseguì portò a concludere che  ancora non era possibile dare una risposta definitiva su quale fosse il trattamento migliore per il tumore della prostata localizzato. La prova definitiva era attesa dai risultati di uno studio randomizzato controllato di grandi dimensioni e ben condotto.

La pubblicazione dei risultati dello studio ProtecT sul New England Journal of Medicine (3) ha permesso il confronto degli esiti a 10 anni in pazienti assegnati a tre diverse opzioni di trattamento. I pazienti erano randomizzati a: monitoraggio attivo (545), prostatectomia radicale (553) e  radioterapia (545) . L'età media dei partecipanti era 62 anni (range 50-69), il livello di PSA mediano alla diagnosi era 4,6 ng/ml (range, 3,0-19,9).  I decessi totali per tumore della prostata erano 17: 8 nel gruppo di monitoraggio attivo, 5 nel gruppo chirurgico e 4 nel gruppo radioterapia, con una differenza tra gruppi non significativa (P = 0,48 per il confronto complessivo). Le metastasi si sono manifestate maggiormente nel gruppo di monitoraggio attivo (33 casi; 6,3 eventi per 1000 persone/anno; IC95%, 4,5-8,8) rispetto al gruppo chirurgico (13 casi; 2.4 x1000 persone/anno; IC95%, 1.4 - 4.2) o il gruppo di radioterapia (16 casi; 3.0 per 1000 persone/anno; IC95%,1,9-4,9) (P = 0,004). I
Il monitoraggio attivo di un tumore della prostata localizzato, rispetto a prostatectomia e radioterapia, ha evidenziato più casi con metastasi e di conseguenza con effetti collaterali correlati ai trattamenti di salvataggio. In questo braccio dello studio la maggioranza degli uomini (88%) ha accettato la randomizzazione, ma successivamente, una significativa percentuale di loro è stata sottoposta a trattamento radicale (circa 20% dopo 3 anni e 50% dopo 10 anni).

Quindi lo studio ProtecT ha dimostrato che, in un paziente con un tumore della prostata localizzato e indipendentemente dal trattamento assegnato, il tasso di mortalità specifica era basso. La prostatectomia e la radioterapia erano associate a bassi tassi di progressione di malattia rispetto al monitoraggio attivo. Il 44% dei pazienti in monitoraggio attivo non ha ricevuto un trattamento radicale e, di conseguenza, ha evitato gli effetti collaterali.
Il monitoraggio attivo quindi potrebbe rappresentare la scelta in caso di comorbidità condizionanti un’aspettativa di vita inferiore ai 10 anni, arco temporale della mediana di follow up di questo studio.
La decisione deve essere successiva a un bilancio tra rischi e benefici per ognuna delle tre opzioni considerate: nel caso di un trattamento radicale (chirurgico o radioterapico) vanno considerati gli effetti collaterali a breve e lungo termine, a livello urinario, sessuale e intestinale; nel monitoraggio attivo l’attenzione và posta nell’alto rischio di progressione di malattia; in tutte le opzioni andrà considerato l’impatto degli effetti della scelta sulla qualità di vita.
Rimane da sottolineare che il  protocollo dello studio è stato impostato circa 20 anni fa. Nel frattempo si sono rese disponibili nuove metodiche diagnostico-terapeutiche come ad esempio la RM multi-parametrica nel campo dell’imaging diagnostico, la robotica laparoscopica in chirurgia e la radioterapia a intensità modulata. Aspetti che se da un lato rappresentano uno di limiti dello studio dall’altro generano nuova attesa sul futuro del follow up di questi pazienti con tumore localizzato della prostata.

Bibliografia

1.

Siegel RL et al. Cancer statistics, 2016. CA Cancer J Clin 2016; 66: 7-30

2.

Wallis C et al. Surgery Versus Radiotherapy for Clinically-localized Prostate Cancer: A Systematic Review and Meta-analysis Eur Urol 2015;doi:10.1016/j.eururo.2015.11.010

3.

Hamdy FC et al. 10-Year Outcomes after Monitoring, Surgery, or Radiotherapy for Localized Prostate Cancer N Engl J Med 2016; 375:1415-24

A cura di: Paolo Spriano- MMG Milano - 19 Dic 2016
Key words: prostata, oncologia, terapia


Nobel zur Hausen, infezioni giocano un ruolo in cancro polmone

Il 20-25% dei pazienti colpiti, infatti, non fuma. Questo ha portato gli oncologi a interrogarsi sul possibile ruolo di infezioni virali, batteriche e fungine nello sviluppo di questo tumore. Ne ha parlato alla Conferenza mondiale dell'International Association for the Study of Lung Cancer (Iaslc), in corso a Vienna, Harald zur Hausen dell'University of Heidelberg (Germania). Lo scienziato ha ottenuto il Nobel per la Medicina nel 2008 per aver individuato il legame tra Hpv e tumore della cervice uterina.

Vienna, 6 dic. 2016


Chemioprevenzione con ASA e Metformina

La metformina, impiegata nella cura del diabete, potrebbe nascondere un secondo effetto terapeutico e diventare un’arma per la prevenzione tumorale. E’ l’ipotesi su cui si sta lavorando con una grande studio negli Usa, che comprenderà oltre 3000 persone tra i 69 e i 75 anni seguite per sei anni. Le basi scientifiche ci sono: uno studio condotto da Andrea De Censi dell’Ospedale Galliera di Genova ha dimostrato due anni fa che nelle donne in procinto di essere operate per carcinoma mammario l’assunzione di metformina per un mese si correlava ad un indice di proliferazione (parametro associato al rischio di malignità) nettamente migliore rispetto a coloro che avevano assunto un placebo. Oggi metformina e acido acetilsalicilico puntano a diventare protagoniste della chemioprevenzione anche in Europa. E’ in partenza un trial che prenderà in esame 160 malati, già operati. Questi saranno trattati per un anno con uno dei due farmaci o con entrambi, o con un placebo, e alla fine vedremo se c'è stato un effetto protettivo. Lo studio potrà anche rivelare se ci sono dei marcatori capaci di aiutarci a capire meglio come impostare questo genere di prevenzione. Bisogna però capire anche quanto dell'effetto preventivo è dovuto all'abbassamento dei livelli di insulina dato dalla metformina, e cioè è indiretto, e quanto è diretto, perché non conosciamo ancora nel dettaglio tutte le sue azioni.


Hbv rilevato nei fumi chirurgici della laparoscopia

L’Hbv può essere rilevato nei fumi chirurgici emessi durante gli interventi laparoscopici effettuati sui pazienti che ne sono infetti. Con la consapevolezza dei rischi legati ai fumi chirurgici per il personale medico che lavora nelle sale operatorie, dovrebbero sussistere un continuo interesse ed una ricerca costante per contrastare efficacemente questo problema, come affermato Seon-Hahn Kim dell’ospedale universitario Anam di Seoul, autore di una ricerca su 11 pazienti sottoposti a laparoscopia.

Già altri virus, fra cui Hiv ed Hpv, erano stati rilevati nei fumi dei laser, ma sinora l’Hbv non era mai stato rilevato in forma aerosolica. Dato che nel presente studio non è stato valutato se l’Hbv isolato fosse anche capace di infettività, al momento non è possibile dire se l’Hbv possa essere realmente acquisito mediante trasmissione per via aerea, ed un prossimo studio su modelli animali si proporrà di accertare proprio questo punto.

Secondo alcuni esperti, le procedure elettrochirurgiche che vengono effettuate negli interventi a cielo aperto possono risultare nell’aria della sala operatoria anche più dannose di quelle di chirurgia robotica in termini di emissione incontrollata di fumi chirurgici, ma a prescindere da ciò il personale sanitario deve essere addestrato a riconoscere e comprendere i rischi legati al trattamento dei pazienti con infezione da Hbv.

Allo scopo di controllare efficacemente i fumi chirurgici durante gli interventi, potrebbe essere impiegata una combinazione di ricambio appropriato dell’aria della sala operatoria e di filtraggio dei fumi derivanti dalla cavità peritoneale allo scopo di proteggere sia pazienti che personale sanitario da fattori espositivi pericolosi.

Occup Environ Med online - ago 2, 2016


Turni notturni aumentano rischio di tumore

Spezzare il naturale ritmo di sonno-veglia, distrugge i geni dell’orologio biologico, che servono anche a controllare la crescita delle cellule affinché non impazziscano generando tumori: potrebbe essere questo il motivo per cui si osserva un maggior rischio di cancro tra coloro che fanno turni di notte. L’ipotesi arriva dai biologi del Massachusetts Institute of Technology (Mit), con uno studio condotto sui topi e pubblicato su Cell Metabolism.

L’elemento chiave che scatena questo meccanismo è la luce, che colpisce la retina e manda un segnale al cervello (nella regione del nucleo soprachiasmatico) dove risiedono gli ingranaggi dell’orologio biologico: da qui partono i segnali che regolano le ‘lancette’ in ogni cellula del corpo. ”La luce è come un pulsante di reset che azzera l’orologio: quando si perde questo segnale, si perde il ritmo naturale in tutte le cellule dell’organismo”, spiega il coordinatore dello studio Thales Papagiannakopoulos, che ora lavora alla New York University School of Medicine.

A perdere il ritmo sono i geni ‘lancetta’, come Bmal1 e Per2: ”se si distruggono questi geni in tutte le cellule del corpo, il segnale luminoso che si riceve normalmente non provoca più alcun effetto”, sottolinea il ricercatore. ”E’ come prendere un martello molecolare e rompere l’orologio”.

Le conseguenze del danno, secondo quanto emerge dagli esperimenti sui topi, possono essere molto pesanti. I geni Bmal1 e Per2, infatti, regolano la tempistica con cui viene acceso un altro gene, c-myc, che controlla la crescita della cellula: se i geni ‘lancetta’ vengono rotti (attraverso un danno diretto al Dna o per un alterato ritmo sonno veglia), c-myc diventa super attivo e accelera la crescita della cellula, facendola proliferare in modo incontrollato col rischio di generare un tumore aggressivo.

Questa osservazione è stata confermata anche dall’analisi di biopsie prelevate da pazienti con tumore del polmone: nelle cellule malate, i geni Bmal1 e Per2 sono molto meno attivi che nelle cellule sane.

Medicina Agosto 01,2016


Frutta e verdura: 8 porzioni al giorno per essere più felici   

Una nuova ricerca pubblicata dall’American Journal of Public Health,  indica come un consumo di 8 porzioni al giorno contribuisca, in modo proporzionale, a migliorare l’umore. Condotto da ricercatori dell’Università inglese di Warwick, in collaborazione con l’Università di Queensland, in Australia, lo studio è uno dei primi tentativi scientifici di esplorare le conseguenze sul benessere psicologico che frutta e verdura possono avere, al di là dei già noti benefici di salute nel ridurre il rischio di cancro e di malattie del cuore.
Lo studio ha seguito per due anni 12.385 persone selezionate in modo casuale e invitate a tenere diari alimentari e ad annotare il loro benessere psicologico. Ad esser stati valutati sono stati anche una serie di parametri come cambi in casa, di reddito e di lavoro. Ne è emerso che, nell’arco di 24 mesi, le persone passate da quasi nessuna a 8 porzioni di frutta e verdura al giorno avevano sperimentato un aumento della soddisfazione di vita pari a quella di trovare lavoro. Inoltre l’aumento era incrementale rispetto a ogni porzione extra. E questo forse grazie, ipotizzano gli autori, a una maggior assunzione di carotenoidi, gruppo di antiossidanti che regala a frutta e ortaggi i caratteristici colori. “Forse i nostri risultati saranno più efficaci rispetto ai messaggi tradizionali nel convincere le persone ad avere una dieta sana”, commenta Redzo Mujcic, ricercatore presso l’Università del Queensland.

20/07/2016


Melanomi: conseguenze dello screening in medicina di base

Lo screening basato sulla popolazione per il rilevamento precoce dei melanomi risulta altamente promettente per la riduzione della mortalità collegata a questi tumori, ma sono necessarie evidenze per determinare se i benefici di questa pratica ne giustifichino i rischi. Un recente studio ha valutato gli interventi di chirurgia cutanea e le visite dermatologiche dopo lo screening allo scopo di evidenziarne le possibili conseguenze fisiche, psicologiche e finanziarie.

Lo studio, basato sul programma di rilevamento precoce dei melanomi denominato INFORMED, è stato incentrato su medici di base selezionati ed addestrati appositamente che hanno esaminato nel complesso 1.572 pazienti da un campione iniziale di 16.472 soggetti. Nei pazienti esaminati da medici esperti, è stato riscontrato un incremento del 79% nelle diagnosi di melanomi, mentre non è stata riscontrata alcuna differenza nei pazienti esaminati da medici con scarsa o nessuna esperienza nel programma INFORMED.

Non è stato comunque riscontrato alcun incremento sostanziale negli interventi chirurgici cutanei o nelle visite dermatologiche nei gruppi considerati. Il presente studio è probabilmente il primo ad illustrare i risultati di un programma del genere, e ne è derivato che lo screening aumenta le diagnosi di melanoma ma non gli interventi chirurgici o le visite dermatologiche. Questi risultati rassicurano sul fatto che iniziative del genere possono essere condotte senza conseguenze negative importanti, almeno in base ai parametri considerati e, pertanto, andrebbero prese in considerazione per un impiego maggiormente diffuso.

Cancer online 2016, pubblicato l’8/7


Linfomi non-Hodgkin infantili, adolescenziali e dei giovani adulti: orizzonti terapeutici

Oncoematologia

I linfomi non-Hodgkin rappresentano la terza forma di tumore maligno più comune in bambini, adolescenti e giovani adulti. Si tratta di un insieme proteiforme di patologie che derivano da un punto di svolta chiave durante lo sviluppo dei linfociti B e T nel midollo osseo o nei centri germinali o nel timo. Per quanto il progresso nell’impiego degli agenti citotossici tradizionali abbia portato a dramnatici miglioramenti nella sopravvivenza, queste terapie sono associate a significative tossicità acute e croniche.

Inoltre, la prognosi per i giovani con linfomi recidivanti o refrattari rimane negativa, dato che la vasta maggioranza dei pazienti va incontro a decesso. Grazie ad un ampio numero di studi biologici, unitamente alle sequenziazioni genetiche su vasta scala, sono state raccolte notevoli conoscenze riguardo la fisiopatologia molecolare dei linfomi a cellule B e T. Ciò ha dato adito allo sviluppo di una serie di innovativi approcci terapeutici che potrebbero fornire allo stesso tempo nuove speranze per i pazienti recidivanti ed un’opportunità di ridurre il carico terapeutico nei giovani di recente diagnosi.

Per quanto la maggior parte dei nuovi agenti non sia stata testata nei bambini, i lavori in corso da parte di diversi gruppi cooperativi esploreranno presto il loro impiego nelle patologie pediatriche, nella speranza di migliorare ulteriormente gli esiti pur massimizzando la qualità della vita.

(Br J Haematol online 2016, pubblicato il 27/3)


OMS: il caffè non è cancerogeno. Se non è bollente.

 (Reuters Health) – Una notizia che rallegra milioni di appassionati della bevanda nel mondo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha riferito oggi che non esistono prove schiaccianti sulla cancerogenicità del caffè. Purché non sia troppo caldo. Infatti, se raggiunge la temperatura di 70°, rientra tra le bevande che possono provocare il cancro esofageo.

In Italia non dovremmo correre questo rischio. Secondo i dati di Comunicarecaffé, il quotidiano on line del settore, al bar l’espresso esce dalla macchina a una temperatura di 65°, per perdere almeno una decina di gradi quando viene versato nella tazza. In pratica, il caffè tricolore viene bevuto mediamente a una temperatura di circa 55°.

La dichiarazione dell’OMS
“Bere caffè non è classificabile come cancerogeno per l’uomo (gruppo 3)” hanno detto gli esperti dell’OMS. “Il grande corpo di prove attualmente disponibili ha portato alla rivalutazione della cancerogenicità del caffè,precedentemente classificato come possibilmente cancerogeno per l’uomo (gruppo 2B) dallo IARC nel 1991. Dopo aver esaminato a fondo più di 1000 studi nell’uomo e negli animali, il gruppo di lavoro ha rilevato che non vi erano prove sufficienti per la cancerogenicità del caffè nel suo complesso”.

Occhio alle bevande molto calde
Gli esperti dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) dell’OMS, tuttavia, lanciano un allarme sulla temperatura eccessiva delle bevande come fattore di rischio cancerogeno (gruppo 2A). La valutazione si è basata su studi epidemiologici che hanno mostrato associazioni positive tra il cancro dell’esofago ed il bere bevande molto calde. Gli studi in luoghi come Cina, Iran, Turchia e Sud America, dove il tè o il mate sono tradizionalmente bevuti molto caldi (a circa 70° C), hanno fatto emergere che il rischio di cancro esofageo è aumentato in proporzione con la temperatura alla quale la bevanda era stata assunta.

Negli esperimenti sugli animali, si è riscontrata addirittura un’evidenza – sia pur limitata – per la cancerogenicità di acqua molto calda. Il fumo e l’alcol sono le principali cause di cancro esofageo, in particolare in molti paesi ad alto reddito, anche se la maggior parte dei tumori esofagei si verificano in alcune parti dell’Asia, del Sud America, e Africa orientale, dove si bevono regolarmente bevande molto calde è comune e le ragioni dell’elevata incidenza di questo cancro non sono così ben comprese”.

Il cancro all’esofago è l’ottava causa più comune di cancro in tutto il mondo ed è una delle principali cause di morte per cancro, con circa 400.000 decessi registrati nel 2012 (5% di tutti i decessi per cancro). “La percentuale di casi di cancro esofageo che può essere collegata al bere bevande molto calde però non è ancora nota”, fa notare l’OMS.

Fonte: OMS. Kate Kelland - 15 giugno, 2016


Un vaccino contro il cancro è possibile?   

Sicuramente un approccio ”interessante e innovativo”, ma è ”ancora troppo presto per poter parlare di un potenziale vaccino terapeutico contro i tumori efficace sull’uomo e basato sull’immunoterapia, mentre va detto che già esistono altre potenti ‘armi’ di immunoterapia che stanno dando risultati concreti nel trattamento dei pazienti”. Queste le parole di Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori ‘Pascale’ di Napoli, a commento dello studio tedesco pubblicato da Nature su un vaccino che induce una fortissima risposta antitumorale del sistema immunitario, finora testato nei topi e in tre pazienti.

Lo studio tedesco
Messo a punto da esperti dell’Università Johannes Gutenberg a Mainz, il vaccino è costituito da una capsula di molecole di grasso e contiene un ‘cuore genetico’, un piccolo Rna su cui sono scritte le ‘istruzioni’ per attivare le cellule del sistema immunitario del paziente a sferrare una forte risposta immunitaria contro il tumore. Secondo quanto riferito su Nature, appunto, la sua unicità sta nel fatto che il vaccino funziona in maniera semplicissima e induce una forte reazione immunitaria: iniettato endovena, infatti, raggiunge i distretti immunitari del corpo (milza, linfonodi, midollo osseo) dove attiva una forte risposta immunitaria contro il tumore, sostenuta nel tempo. Il carattere di potenziale universalità del vaccino risiede nel fatto che l’Rna inserito nella capsula è intercambiabile a seconda del tumore, così da essere tradotto in un antigene tumore-specifico. Gli esperti hanno prima dimostrato l’efficacia del vaccino sui topi con diversi tipi di cancro; successivamente hanno iniziato i test sull’uomo, concentrandosi inizialmente sul melanoma. Testato su tre pazienti in stadio avanzato di malattia, il vaccino, già a basse dosi, si è mostrato capace di dare avvio a una forte risposta immunitaria. Proprio per il ristretto numero di pazienti su cui è stato testato, il vaccino ha ancora bisogno di ulteriori verifiche. Proprio per questo motivo Ascierto si dice scettico e anzi ribadisce il carattere del tutto prematuro della notizia stessa, nonostante la certa efficacia delle cure immunoterapiche.

L’immunoterapia, spiega Ascierto, ”mira ad attivare il sistema immunitario contro le cellule cancerose, per combatterle e distruggerle, ed è un’arma vincente che sta dando grandi risultati, ma lo studio tedesco presenta dati ancora troppo preliminari, anche perché è successo varie volte che un vaccino efficace nei topi non fosse poi risultato tale nell’uomo, sebbene in questo caso sia stato testato su tre pazienti con melanoma”. Se tali risultati ”dovessero essere confermati – spiega quindi l’esperto – si tratterebbe di una nuova arma importante che va ad affiancarsi alle armi di cui oggi già disponiamo e che stanno dando risultati concreti di efficacia sui pazienti”.

La soluzione vincente contro i tumori, insomma, potrebbe trovarsi nel nostro stesso organismo, attivando appunto il sistema immunitario, ma a cambiare è il metodo; ”con il vaccino si introducono nell’organismo le proteine del tumore, in modo che il sistema immunitario sia sollecitato a riconoscerle ed a distruggere le cellule tumorali in quanto estranee. Con le molecole immunoterapiche che oggi abbiamo, invece, si riesce a rimuovere i freni inibitori che il tumore utilizza per rallentare l’azione del sistema immunitario”. Queste molecole si chiamano ANTI-CTLA e ANTI-PD1 e ”rappresentano – afferma Ascierto – un’importante realtà che, in futuro, potrà essere impiegata in combinazione con altre terapie che funzionano, come si spera possa essere un vaccino terapeutico”.

I risultati concreti dell’azione delle molecole immunoterapiche già sono evidenti. ”Nel caso del melanoma, ad esempio, si è visto che ben il 20% dei pazienti in stadio avanzato trattatati con questi farmaci immunoterapici arriva a cronicizzare la malattia a 10 anni”. E ”buoni risultati si stanno registrando anche per il trattamento di altre forme di tumore come quello al polmone, rene, vescica, con nuovi farmaci immunoterapici che hanno avuto l’approvazione dall’ente statunitense di controllo per i farmaci Fda”, precisa ancora Ascierto.

“Il messaggio che bisogna lanciare quindi è che i tanti malati non devono pensare che in questo momento non ci siano armi efficaci, anzi ed il vaccino, quando e se arriveranno conferme definitive, rappresenterà un ulteriore importante strumento che andrà ad integrare le terapie importanti già esistenti”, conclude Ascierto.

giu 03,2016


Tumore dello stomaco: diagnosi in meno di due ore con un prelievo di sangue

Presto sarà possibili diagnosticare il cancro dello stomaco solo da un prelievo di sangue e in meno di due ore: è quanto consente di fare l’apparecchio sviluppato da un giovane ingegnere cileno, Alejandro Tocigl con la sua start up, che spera di rendere disponibile sul mercato nel 2018, e ha presentato in una conferenza stampa a Santiago del Cile.

L’apparecchio funziona rilevando i microRna, piccole molecole che agiscono come interruttori molecolari e che funzionano da biomarcatori di varie malattie. ”In questo momento stiamo sviluppando l’apparecchio per rilevare il tumore dello stomaco – spiega Tocigl – ma l’idea è di applicare la nostra tecnologia in futuro agli altri tipi di tumore e malattie”. Lo strumento dispone di una placca dove si distribuisce il campione di microRna del paziente e lo si fa reagire con dei composti chimici sviluppati dai ricercatori. In questo modo l’apparecchio rileva le molecole alterate, e attraverso un software, il risultato viene collegato ad una malattia specifica.

Un sistema più economico, semplice e accessibile di quelli attualmente disponibili per la diagnosi del cancro. Ogni esame fatto con questo apparecchio infatti, stima Tocigl, non dovrebbe costare più di 66 euro. ”Nelle economie emergenti – continua – è indispensabile ridurre la differenza che esiste tra i sistemi di salute pubblica e privata, e con questa tecnologia vogliamo fare questo. E’ un’iniziativa di basso costo, che vuole rendere più democratico l’accesso della popolazione agli esami medici, rispetto ad altre tecnologie più care”. La rivista Mit Technology Review ha inserito Alejandro Tocigl tra gli innovatori con meno di 35 anni del 2015 per il suo progetto e l’impatto che ha nella società.

mag 31,2016


SOPRAVVIVENZA CON TUMORE  OLTRE IL 70%

Aumenta costantemente il numero degli italiani che convivono con il tumore, perché le guarigioni sono sempre più numerose. E' una buona notizia quella che emerge dalle cifre, con percentuali che arrivano a sfiorare il 70 per cento di guarigione e salgono addirittura al 91 per cento per il tumore della prostata e all'87 per cento per il tumore mammario. Ma ovviamente ci sono ancora aspetti da migliorare, a partire da una maggior attenzione alla prevenzione (il 40 per cento dei tumori sarebbe evitabile con la prevenzione e un diverso stile di vita) ed un impiego più appropriato delle potenzialità diagnostiche. In particolare, secondo il presidente eletto di Aiom Stefania Gori, ci sarebbero ancora troppi esami impropri, specie se si parla di marcatori tumorali. A detta dell'esperta infatti questi esami vengono impiegati anche a scopo diagnostico in persone non colpite dalla malattia. Lo fanno pensare le cifre: nel 2012 sarebbero stati eseguiti oltre 13 milioni di controlli proprio su marcatori tumorali, con evidente inappropriatezza. Ovviamente su questi aspetti e sulla possibilità di utilizzare al meglio i farmaci più moderni si può ancora migliorare… e di molto.

Il Giornale  26 maggio 2016, pag 32


Cancro alla prostata: con terapia anti-androgena e radioterapia diminuisce la progressione

(Reuters Health) – Una breve terapia a base di farmaci che inibiscono la produzione degli androgeni ridurrebbe la progressione della malattia oncologica negli uomini che hanno un aumento dei livelli di PSA (antigene prostatico specifico) a seguito dell’intervento di rimozione della prostata. È quanto sostiene uno studio francese pubblicato da Lancet Oncology.

“Quale sia il miglior modo di trattare l’aumento del PSA dopo prostatectomia è ancora una questione dibattuta – afferma Christian Carrie del Centre Leon Berard di Lione, autore principale dello studio. -Circa un terzo dei pazienti avranno una recidiva e poco meno di metà dei malati non avrà metastasi per 10 anni”. Anche se la radioterapia ritarda il bisogno di terapie più aggressive, come la soppressione degli androgeni a lungo termine, “meno di metà dei pazienti beneficiano di questo trattamento”, hanno scritto i ricercatori francesi.

Lo studio
Per valutare l’effetto di una breve terapia anti-androgena associata a radioterapia sulla riuscita del trattamento e sulla sopravvivenza, Carrie e colleghi hanno condotto un trial clinico di fase 3 multicentrico e randomizzato (GETUG-AFU16). Per la sperimentazione sono stati scelti uomini che avevano un aumento del PSA tra 0,2 e 2 mcg/L dopo un intervento chirurgico, situazione in cui il PSA non sarebbe rintracciabile. In tutto, sono stati presi in considerazione 374 pazienti che si sono sottoposti a radioterapia, cinque giorni a settimana per sette settimane, e 369 che oltre alla radioterapia sono stati trattati con goserelina, un farmaco che inibisce la produzione di androgeni, somministrata per via sottocutanea il primo giorno di radioterapia e una seconda volta dopo tre mesi.

I risultati
Dai dati raccolti è risultato che l’80% dei pazienti che oltre alla radioterapia erano stati trattati con goserelin erano meno interessati da una progressione biochimica o clinica della malattia a cinque anni di distanza, contro il 62% dei pazienti trattati con la sola radioterapia. Gli effetti collaterali tardivi sono stati gli stessi tra i due gruppi, mentre i più frequenti eventi avversi correlati al trattamento con goserelina sono state le vampate di calore e la sudorazione. I più comuni effetti avversi gravi a lungo temine sono stati invece problemi all’apparato genitourinario e disturbi della sfera sessuale.

Fonte: Lancet Oncol 2016.   Marilynn Larkin - mag 18,2016


Carcinoma prostatico, non sempre serve il bisturi

Come comportarsi quando si scopre un tumore della prostata? E' sempre necessario che il primo atto sia quello chirurgico di asportazione della ghiandola o si possono studiare strade alternative che non prevedano l'immediato ricorso al bisturi? A queste domande hanno risposto gli specialisti presenti nei giorni scorsi a Firenze per il Congresso della Società Italiana di Urologia. La linea da tenere, in base a quanto riporta la letteratura scientifica, non sembra essere sempre e comunque interventista: quando il tumore è di grado basso o addirittura molto basso anche un atteggiamento di osservazione vigile può essere più che giustificato. "Le classi di rischio, divise secondo diversi parametri, sono cinque: molto basso, basso, intermedio, alto e molto alto. Se è molto basso o basso è il caso di non fare nulla e controllare l'ipotetica evoluzione nell'arco dell'anno successivo alla diagnosi". Queste parole del presidente della Società Italiana di urologia Giuseppe Martorana spiegano perfettamente l'atteggiamento che oggi gli esperti puntano a tenere nei confronti di questa neoplasia, che pone a rischio un maschio su 16 sopra i 50 anni. Sul fronte della prognosi, la mortalità appare in calo costante. In questo caso tuttavia per gli esperti va sottolineata l'importanza della possibilità di diagnosi precoce, estremamente aumentata negli ultimi anni. sempre secondo Martorana, oggi su dieci pazienti che si operano solo due o tre sono considerati in stadio avanzato.

Il Messaggero 1 ottobre 2014


Ca prostatico: prostatectomia radicale riduce mortalità a lungo termine

N Engl J Med. 2014 Mar 6;370(10):932-42

Un follow-up di oltre vent’anni conferma sul New England Journal of Medicine una sostanziale riduzione della mortalità per cancro prostatico dopo prostatectomia radicale. Ma va ricordato che anche in gran parte dei sopravvissuti a lungo termine nel gruppo vigile attesa, cioè sottoposto a osservazione clinica prolungata senza trattamento, non è stata necessaria alcuna terapia palliativa. È quanto afferma Anna Bill-Axelson, ricercatrice al Dipartimento di scienze chirurgiche del Regional Cancer Center di Uppsala e prima firmataria dell’articolo. «Diversi studi svolti in precedenza hanno dimostrato che la prostatectomia radicale riduce la mortalità tra gli uomini con carcinoma della prostata localizzato, anche se restava da chiarire il beneficio a lungo termine del trattamento chirurgico» spiega Axelson. Così i ricercatori nordeuropei, in collaborazione con i colleghi del King’s College di Londra e della Harvard Medical School di Boston, hanno studiato 695 uomini con cancro prostatico, assegnandoli in modo casuale all’intervento radicale o alla vigile attesa tra il 1989 e il 1999, e seguendoli  fino alla fine del 2012. «Gli end point primari, cioè le principali misure di efficacia dei due trattamenti, erano la morte da qualsiasi causa, la morte per cancro alla prostata  e il rischio di metastasi, mentre quelli secondari comprendevano l'inizio della terapia di deprivazione androgenica» riprende la ricercatrice. Negli anni di follow-up sono morti 200 uomini su 347 nel gruppo chirurgico e 247 su 348 nel gruppo vigile attesa. I decessi avvenuti per neoplasia prostatica sono stati rispettivamente 63 e 99, mentre la terapia di deprivazione androgenica è stata utilizzata in un minor numero di pazienti sottoposti a prostatectomia. «Il beneficio sul lungo periodo della chirurgia in termini di riduzione della mortalità è maggiore negli uomini di età inferiore ai 65 anni e in quelli con cancro a rischio intermedio, anche se la prostatectomia radicale riduce le probabilità di metastasi e la necessità di cure palliative tra gli uomini più anziani» aggiunge Axelson. E conclude: «Parlando invece di morbilità, entrambi i gruppi hanno avuto tassi simili di disfunzione erettile, comparsa nell’80% circa dei casi, mentre quello chirurgico ha avuto una maggiore incidenza di incontinenza urinaria rispetto alla vigile attesa, rispettivamente 41% e 11%».
N Engl J Med. 2014 Mar 6;370(10):932-42

 


Psa, binomio sovradiagnosi-sovratrattamento da spezzare

«Le considerazioni dell’American college of physicians (Acp) sull’impiego del Psa come screening di popolazione riprendono un dibattito che dura da molti anni». Lo ricorda Giario Conti, responsabile U.O. di Urologia all'Ospedale S.Anna di Como e presidente della Società italiana di urologia oncologica (Siuro). «Mentre la mammografia e la ricerca del sangue occulto nelle feci sono stati valutati idonei a scoprire precocemente il rischio, rispettivamente, di cancro della mammella e del colon con un rapporto favorevole tra costo (economico/biologico/psicologico) e beneficio, nel caso del Psa tale vantaggio non sembra essere stato raggiunto». Esistono, infatti, tumori prostatici che non richiederebbero il trattamento in quanto non in grado di influire sulla sopravvivenza del paziente. «Effettivamente l’overtreatment è insito nello screening e ciò costituisce un problema nella comunicazione con il paziente. Andrebbe in realtà spezzato il binomio overdiagnosis-overtreatment» prosegue Conti. «Inoltre, a tutt’oggi, non vi è nemmeno condivisione sull’età in cui eventualmente fare lo screening: per l’Acp è inutile prima dei 50 anni, altri sostengono che tale limitazione è ingiustificata». L’argomento, peraltro, era stato già affrontato due anni fa dalla Siuro - dopo la pubblicazione di due grandi screening (uno Usa, l’altro europeo) – con la stesura di un decalogo ancora attuale «in cui si afferma» spiega il presidente Siuro «che, per ora, non esistono dati per giustificare uno screening di massa, ma che sicuramente il test è indicato in alcune categorie di pazienti “a rischio” per familiarità, sintomatologia urinaria, etnia (soggetti afroamericani). Se poi è il paziente a chiedere l’esame, occorre dare l’informazione corretta sul significato del test e sulle possibili conseguenze della sua effettuazione, come ora conferma l’Acp». L’iter diagnostico-terapeutico, infatti, può essere pesante, e ciò è grave se non vi è la certezza della necessità di trattamento. «Per ovviare a ciò sono stati avviati programmi di sorveglianza attiva che consentono di identificare i pazienti da tenere in osservazione senza intervenire subito. Una pratica che potrebbe divenire meno pressante quando saranno disponibili, oltre al Pca-3 e al Phi, nuovi marker (o panel di marcatori) biomolecolari o genetici più precisi nella predizione del rischio su tempi lunghi».


Tumori colorettali: fin dove arriva l’efficacia dello screening?

Negli adulti dai 50 anni in su negli USA si osserva un netto declino nell’incidenza e nella mortalità dei tumori colorettali. Secondo Gilbert Welch e Douglas Robertson del Dartmouth Institute for Health Policy and Clinical Practice di Lebanon, autori dell’indagine che ha riscontrato questi dati, dal 1975 l’incidenza è calata del 40% circa e la mortalità del 50% circa, e questa tendenza si attribuisce spesso allo screening, ma secondo i ricercatori l’entità dell’effetto è tale che devono essere coinvolti anche altri fattori.

Peraltro, lo screening non sembrerebbe essere così indispensabile per il declino dei tumori gastrointestinali, dato che dal 1930 incidenza e mortalità sono calate di più del 90%, ed inizialmente non era stata introdotta alcuna iniziativa di screening. Per quanto sottovalutare lo screening possa costare delle vite, sopravvalutarlo potrebbe rivelarsi altrettanto pericoloso, in quanto la fiducia che in esso si ripone potrebbe distrarre da altre importanti attività di promozione della salute, come dieta sana ed esercizio.

Peraltro, la maggior parte delle persone sottoposte a colonscopia non presenta tumori o grandi polipi precancerosi, e spesso viene sottoposta a colonscopie ripetute per il monitoraggio di piccoli polipi.

(N Engl J Med. 2016; 374: 1605-7)  - mag 05,2016


Olio extravergine d’oliva anticancro

Oro verde. La varietà di olio extravergine d’oliva più ricca di polifenoli ha un potente effetto benefico sulla nostra salute: funziona come uno scudo anti-cancro. A identificare le proprietà nutrigenomiche del condimento principe sulle tavole italiane è uno studio dell’università di Bari.

Protagoniste della ricerca sono proprio le varietà, o ‘cultivar’, pugliesi, dalla Coratina alla Peranzana: i ricercatori si sono concentrati su come i nutrienti influenzano il nostro organismo. La scoperta sorprendente è che ogni cultivar di olio extravergine d’oliva è cosi specifica da percorrere strade individuali, ‘accendendo’ geni precisi nel nostro organismo. In altre parole, ogni tipo di olio va considerato come un alimento diverso.

La ricerca ha mirato a identificare geni e microRna deputati al funzionamento delle cellule infiammatorie (i monociti), la cui espressione può variare in rapporto all’assunzione acuta di varietà di olio extravergine d’oliva più o meno ricche in polifenoli (i composti chimici ‘buoni’ che gli conferiscono il sapore caratteristico). Ebbene, viene confermato in pieno che l’olio extravergine d’oliva ricco in polifenoli giova alla salute non solo da un punto di vista metabolico, ma anche sullo stato ossidativo, sull’infiammazione e sulla prevenzione dell’aterosclerosi e del cancro.

Non solo. Gli effetti benefici dell’olio extravergine d’oliva, emerge dallo studio, appaiono più marcati nei volontari sani che non su pazienti con obesità addominale e sindrome metabolica, a sottolineare l’importanza del duo qualità dell’alimento e dell’organismo che lo riceve.

“E’ possibile prevedere – spiega Antonio Moschetta, docente di Medicina interna della facoltà medica barese e coordinatore dello studio – che in un prossimo futuro ogni ristoratore dovrà avere, insieme alla carta dei vini, anche quella degli olii, e che la scelta di questi ultimi sarà basata sul gusto e sulle proprietà nutrigenomiche. Avremo così la possibilità reale di difendere la qualità e incentivare la forza dei nostri olii pugliesi e italiani, della loro palatabilità e delle loro già ampiamente riconosciute proprietà chimico-fisiche.

Lo studio è stato condotto dal gruppo dell’ Università di Bari in collaborazione con l’Irccs Istituto tumori di Bari e con la Fondazione Mario Negri Sud di Santa Maria Imbaro e finanziato con fondi Pon/Por e dell’ Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc). Il lavoro è pubblicato oggi online sulla sezione

Molecular Biology of Lipids della rivista ‘Biochimica et Biophysica Acta’.


Tatuaggi a rischio: circola inchiostro super cancerogeno

Allarme tatuaggi cancerogeni. Un inchiostro nero a rischio tumori è in circolazione in Italia. A lanciare l’allarme l’Associazione italiana tatuatori riuniti (Atir) attraverso il suo presidente, Geppi Serra, che si è attivato appena ha avuto le prime segnalazioni facendo analizzare il prodotto e inviando i preoccupanti risultati al ministero della Salute e ai Nas. 

“Questo inchiostro – spiega Serra all’AdnKronos Salute – denominato ‘Dynamic’, viene esportato dalla Killer Ink e venduto  soprattutto nelle fiere di tatuaggi. Costa un po’ meno di un inchiostro di qualità usato in studi certificati. A dire il vero alcuni importatori appongono etichette su cui è scritto che non deve essere usato per i tattoo. Ma temo che questa avvertenza non scoraggi gli abusivi che in Italia sono 10 per ogni tatuatore a norma. E del resto anche queste etichette-avviso sono del tutto fuori dalle regole”. 

Le analisi dell’inchiostro, fatte realizzare dall’Atir presso laboratori certificati, hanno rilevato la presenza di alcuni metalli pesanti e di diversi tipologie di Ipa (idrocarburi policiclici aromatici), sostanze classificate come cancerogene, mutagene e teratogene. “Siamo molto preoccupati.  Si tratta di un prodotto che costa poco e, a quanto sappiamo, molto scuro, con buoni risultati su disegno. Ma è estremamente pericoloso”, conclude Serra che si appella a chi ha deciso di fare un tattoo: “E’ importante rivolgersi a professionisti preparati e certificati, facendo attenzione anche agli inchiostri usati. Meglio evitare gli abusivi, i tatuatori improvvisati e i tatuaggi a bassissimo costo”.

11 luglio 2016


Il vino rosso previene il cancro e le malattie cardiache

Il vino rosso contiene un composto chiamato resveratrolo, che potrebbe ridurre il rischio di malattie cardiache cambiando il microbioma intestinale. Ad affermarlo i ricercatori del Research Center for Nutrition and Food Safety in Chongqing, China, che hanno pubblicato lo studio sulla rivista “mBio“.

I risultati ottenuti da una serie di esperimenti sui topi, hanno dimostrato che il resveratrolo altera la comunità batterica nell’intestino, riducendo i livelli di trimetilammina-N-ossido (TMAO), noto per essere un fattore che contribuisce allo sviluppo dell’aterosclerosi. Il composto inibisce la produzione dei batteri intestinali di TMA, necessari per la produzione di TMAO.

I nostri risultati offrono nuove intuizioni sui meccanismi responsabili degli effetti anti-aterosclerosi del resveratrolo e indicano che il microbiota intestinale può diventare un bersaglio interessante per interventi farmacologici o dietetici per diminuire il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari” – afferma il prof. Man-tian Mi.

Ricordiamo che il resveratrolo ( (3,5,4′-triidrossi-trans-stilbene) è un composto vegetale che si trova naturalmente nelle arachidi, uva, vino rosso e alcune bacche. Si tratta di un polifenolo, che si ritiene abbia proprietà antiossidanti che possono proteggere contro patologie come le malattie cardiache, il cancro e le malattie neurodegenerative.
Gli esseri umani assorbono bene il resveratrolo, ma dal momento che è rapidamente metabolizzato ed eliminato, la sua biodisponibilità è bassa.
Anche se i risultati dovranno essere replicati sull’uomo, in futuro, questo polifenolo naturale, senza effetti collaterali potrebbe essere utilizzato per il trattamento di malattie.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Resveratrol Attenuates Trimethylamine-N-Oxide (TMAO)-Induced Atherosclerosis by Regulating TMAO Synthesis and Bile Acid Metabolism via Remodeling of the Gut Microbiota
Ming-liang Chen, Long Yi, Yong Zhang, Xi Zhou, Li Ran, Jining Yang, Jun-dong Zhu, Qian-yong Zhang and Man-tian Mi
mBio vol. 7 no. 2 e02210-15  5 April 2016 doi:10.1128/mBio.02210-15

Tratto dal Weblog “Medicina in Biblioteca”


Dieta mediterranea. I suoi grassi “buoni” difendono dalle malattie

E’ appena stata pubblicata sulla rivista Annals of Internal Medicineuna revisione dei dati di studi pubblicati in precedenza nella quale si evidenzia che la dieta mediterranea, ricca di grassi vegetali, cioè quelli ‘buoni’, può proteggere da malattie come cancro al seno, infarto, ictus e diabete. L’analisi è stata condotta da Hanna Bloomfield, dell’Università del Minnesota, che spiega: ”Per anni ci è stato detto di limitare il consumo di grassi di ogni tipo e che i grassi sono comunque qualcosa che fa male alla salute; ma questo ha portato a un aumento dei consumi di carboidrati molto raffinati e parallelamente non ha coinciso con la diminuzione di malattie croniche come il diabete, problemi cardiovascolari e obesità”.
Partendo da questa premessa gli esperti Usa sono andati a vedere se il consumo totale di grassi tipici della dieta mediterranea (soprattutto grassi di origine vegetale – da olio o frutta secca ad esempio – o grassi del pesce e anche quelli saturi dei latticini) in qualche modo fosse associato a ridotto o aumentato rischio di malattie quali cancro, diabete, infarto o ictus. E’ emerso che più si resta fedeli alla dieta mediterranea, indipendentemente dalla quantità di grassi consumati e quindi senza alcun limite per questa tipologia di nutrienti, più si è protetti dalle malattie. Il messaggio è quindi che una dieta sana – come quella mediterranea appunto – può includere tanti grassi e non pone limiti al loro consumo, purché siano grassi ‘buoni’.


Linfomi non-Hodgkin infantili, adolescenziali e dei giovani adulti: orizzonti terapeutici

Oncoematologia

I linfomi non-Hodgkin rappresentano la terza forma di tumore maligno più comune in bambini, adolescenti e giovani adulti. Si tratta di un insieme proteiforme di patologie che derivano da un punto di svolta chiave durante lo sviluppo dei linfociti B e T nel midollo osseo o nei centri germinali o nel timo. Per quanto il progresso nell’impiego degli agenti citotossici tradizionali abbia portato a dramnatici miglioramenti nella sopravvivenza, queste terapie sono associate a significative tossicità acute e croniche.

Inoltre, la prognosi per i giovani con linfomi recidivanti o refrattari rimane negativa, dato che la vasta maggioranza dei pazienti va incontro a decesso. Grazie ad un ampio numero di studi biologici, unitamente alle sequenziazioni genetiche su vasta scala, sono state raccolte notevoli conoscenze riguardo la fisiopatologia molecolare dei linfomi a cellule B e T. Ciò ha dato adito allo sviluppo di una serie di innovativi approcci terapeutici che potrebbero fornire allo stesso tempo nuove speranze per i pazienti recidivanti ed un’opportunità di ridurre il carico terapeutico nei giovani di recente diagnosi.

Per quanto la maggior parte dei nuovi agenti non sia stata testata nei bambini, i lavori in corso da parte di diversi gruppi cooperativi esploreranno presto il loro impiego nelle patologie pediatriche, nella speranza di migliorare ulteriormente gli esiti pur massimizzando la qualità della vita. (Br J Haematol online 2016, pubblicato il 27/3)


Tumori: scoperto bersaglio risveglio cellule sistema immunitario

(AGI) - Londra, 15, apr. - Le cellule immunitarie possono essere "risvegliate" per combattere anche i tumori piu' letali. A dimostrarlo e' stato un gruppo di ricercatori dell'University College London in uno studio pubblicato sulla rivista Cancer Research.


Informazioni